Sessant’anni fa gli abitanti delle isole Chagos, nell’oceano Indiano, furono costretti dai colonizzatori britannici ad abbandonarle. Speravano di tornarci, ma non avevano fatto i conti con Donald Trump
In cucina sono tutti al lavoro. Pochi minuti prima di una riunione importante del Chagos refugees group (Crg), le bevande vengono tirate fuori dal frigo e le pietanze messe sui fornelli. Si apparecchia la tavola nella sede di questa associazione della comunità chagossiana di Port-Louis, la capitale di Mauritius. Una quarantina di persone prende posto.
Una settimana prima, l’11 aprile, il Regno Unito aveva annunciato pubblicamente la sospensione dell’accordo per la restituzione delle isole Chagos a Mauritius, che avrebbe aperto la strada al ritorno nel remoto arcipelago, da cui circa 1.500 persone furono trasferite con la forza tra il 1968 e il 1973. Ripensandoci Janine Sadrien, 69 anni, stringe tra le dita nodose il copricapo a fiori. “Devo essere sincera”, dice in creolo, “ho pianto”.
Dopo decenni di battaglie, la vittoria sembrava a portata di mano. Londra e Port-Louis avevano firmato il 22 maggio 2025 un accordo frutto di un duro negoziato. Il Crg, con i suoi seimila aderenti, lo aveva sostenuto con fermezza. In base al patto, Mauritius avrebbe ottenuto la sovranità sull’intero arcipelago e in cambio avrebbe permesso al Regno Unito di mantenere la base militare statunitense-britannica a Diego Garcia, l’atollo più grande, grazie a un contratto d’affitto di 99 anni rinnovabile. Sull’altra sessantina di isolotti, il ritorno dei chagossiani era, in teoria, possibile. Bastava la ratifica del parlamento britannico. Ma in poche settimane un compromesso presentato come storico è stato messo in discussione.






