Cosa significa, oggi, essere un’azienda manifatturiera “resiliente”? Se lo si chiede a un campione rappresentativo di manager e imprenditori italiani, la risposta dominante è ancora legata alla “capacità di reagire alle crisi“. Un approccio storicamente vincente per il Made in Italy, basato sul problem solving operativo, sull’adattamento rapido alle circostanze e sulla proverbiale flessibilità delle nostre fabbriche. Ma è un approccio ancora sufficiente nell’era della permacrisi globale?Il decennio in corso ha dimostrato che le perturbazioni non sono più eventi isolati o “cigni neri” irripetibili, ma condizioni sistemiche. Pandemie, guerre commerciali, conflitti armati, colli di bottiglia logistici globali e fasi di brusca intensificazione delle pressioni inflazionistiche hanno trasformato il macro-ambiente in un ecosistema ad alta volatilità. In questo scenario la resilienza non può più essere ricondotta alla semplice capacità reattiva di assorbire uno shock e ristabilire lo stato preesistente, ma deve evolvere verso una capacità strategica di anticipazione, assorbimento e riconfigurazione preventiva.Per misurare la reale maturità del tessuto industriale di fronte a questa sfida, l’Università degli Studi di Brescia insieme alla Libera Università di Bolzano e all’Università degli Studi di Firenze, nell’ambito del progetto di ricerca nazionale PRIN MES4RES, ha condotto un’estesa indagine quantitativa su 136 aziende manifatturiere italiane. Il campione, equamente bilanciato tra grandi imprese (47%) e piccole e medie imprese (53%) e composto per la quasi totalità da decisori di livello direzionale, ha restituito una fotografia inedita e, per alcuni versi, controintuitiva dello stato di salute delle nostre organizzazioni.Indice degli argomenti