Chiamarsi Eastwood, Scott Eastwood, e fare l’attore. Ci vuole coraggio, o incoscienza. Scott, quinto degli otto figli del mitico Clint, dal padre deve aver ereditato la tenacia, oltre che gli occhi di ghiaccio. Da ragazzo si faceva chiamare Reeves, come sua madre, per non sentirsi un raccomandato. Non ha avuto paura della gavetta e ce l’ha fatta. Premiato al Taormina Film Festival con l’International Award dalla direttrice Tiziana Rocca, ha parlato di sé e del suo lavoro ai giovani appassionati di cinema, ha raccontato di quando suo padre gli ha fatto vedere, a sei anni, «Gli spietati», facendogli scoprire la magia del grande schermo, dei film che ha girato, da «Fury» a «Fast & Furious 8». E del rapporto con Clint, naturalmente.

È difficile essere figlio di una leggenda? «Tutte le relazioni padre-figlio sono complicate. Molti mi chiedono quanto sia stato pesante confrontarmi con Clint Eastwood, ma per me è l’esatto contrario. Il suo lavoro mi ha sempre ispirato profondamente, ed è il motivo per cui ho scelto questa carriera. Voglio raccontare storie e continuare a farlo, perché grazie a lui ho visto da vicino come realizzarle. Insomma, io guardo la situazione da una prospettiva diversa rispetto agli altri». Appena due anni fa suo padre, a 94 anni, ha girato «Giurato numero 2», un film perfetto. Ora suo fratello Kyle, nelle scorse settimane, ha annunciato il ritiro di Clint Eastwood dalle scene. Lo conferma? «È la prima volta che sento una cosa del genere. Ma con lui non si può mai dire, non si sa mai». Con Clint Eastwood ha girato tre film, «Flag of Our Fathers», «Gran Torino» e «Invictus». Qual è la lezione più importante che ha imparato? «La semplicità. Lui sa lavorare in modo semplice e veloce, sa scegliere i professionisti migliori in ogni reparto e questo gli permette di avere un set molto efficiente. Con la sua guida non perdi tempo. Lavori presto e bene». Agli inizi della carriera ha scelto come nome d’arte quello di sua madre, Jacelyn Reeves, perché? «Quando ho cominciato non volevo affrontare il giudizio del pubblico con un cognome tanto importante, la gente pensa che se sei figlio d’arte ti fanno lavorare anche se non hai molto talento, ma non è così. Il cinema è una grande industria, una macchina potente con regole precise. Ai produttori non importa se sei figlio di qualcuno famoso. Se non sai recitare, non lavori». Come sceglie i ruoli? «Cerco personaggi che mi facciano battere il cuore. Devono avere la vita dentro». Le capita di collaborare alla sceneggiatura per renderli più vicini alla sua personalità? «Non partecipo mai alla stesura, stare seduto davanti a un computer è uno dei miei incubi peggiori. Però la scrittura in un film è fondamentale, tutto nasce dalla testa di chi immagina una storia». Le piacerebbe passare alla regia? «Questo sì, molto. Ora sto producendo un paio di film e mi sto guardando intorno. Un passo alla volta. Come attore, invece, a giugno uscirà “Lucky Strike”, un film sulla seconda guerra mondiale basato sulla storia vera di un uomo che si ritrova dietro le linee nemiche durante la battaglia delle Ardenne. E forse in autunno girerò con Rosario Dawson e Antonio Banderas un dramma latino ambientato a New York, in cui interpreto un giovane avvocato». A parte Clint Eastwood, qual è il suo regista preferito? «Oliver Stone è il mio eroe, avrò visto “Ogni maledetta domenica” almeno un decina di volte. È un artista molto intelligente, molto preparato, sa tutto di tutto. Con lui ho girato “Snowden” e mi sono fatto in quattro per avere quella parte. Quando ti si presenta l’opportunità di lavorare con un regista del suo calibro, non te la fai scappare». Prima di diventare attore ha fatto molti mestieri, è stato anche operaio e cameriere. Cosa ricorda di quel periodo? «Ricordo le parole di chi già lavorava nel settore: se non ami abbastanza questo mestiere, mi dicevano, non lo fare, ci sono tante altre cose interessanti nella vita, il cinema è un’industria complessa, devi essere bravo a stare sempre sul pezzo e a stringere le giuste relazioni». Il consiglio di recitazione più efficace che abbia mai ricevuto? «Cerca di fare meno, meno è meglio». E suo padre cosa le disse quando gli comunicò che sarebbe diventato un attore? «Mi chiese se pensavo di potermi mantenere con questo mestiere. Solo questo».