Solo con la maglia neroverde, sarà l’undicesima finale in un lustro appena. Nel glorioso suo curriculum, figurano numerose Coppe America e altrettante Coppe del Mondo con la casacca del Brasile, l’ultima qualche mese fa nelle Filippine. Nel 2013 le fu consegnato il «Futsal Award», ovverosia il «Pallone d’oro», doveroso riconoscimento per un talento senza età. Tra due settimane, per Luciléia Renner Minuzzo, la radiosa «Regina» del cuoio in miniatura, immarcabile pivot del Bitonto C5 Femminile, finanche coach di una terribile under 19, saranno quarantatré primavere, passate ad illuminare i parquet di tutto il mondo.
E così, parlare con un autentico monumento di questa disciplina è una imperdibile opportunità per chiedere se pure a lei, quando mira il suo palmares, non capita di strabuzzare gli occhi. Sì, insomma, credeva di diventare così grande? «No, nemmeno nei miei sogni più belli pensavo di vivere tutto questo - sorride Lù -. Era sicuramente il sogno che avevo da bambina, ma la realtà in cui vivevo non mi permetteva di sognare così in grande. Poi, col sacrificio quotidiano e la passione che mi ha sempre animato, sono riuscita a raggiungere obiettivi davvero importanti».
Questa fuoriclasse carioca ha un «quid pluris» quasi inspiegabile a parole. Già, quando danza sul campo, ha un’aura speciale, che la circonfonde, e che, non solo la porta a saettare, dribblare, segnare gol d’autore - con la casacca neroverde ha addirittura superato le 200 segnature -, da dedicare ai tifosi giungendo le braccia al mo’ di cuore sul capo, ma persino a chiedere perdono al pubblico, di lei completamente innamorato, quando fallisce un’occasione ghiotta: «Tutti noi commettiamo errori - spiega saggia -, volontariamente o meno. Non mi ritengo diversa da nessuno e credo che chiedere scusa sia un gesto nobile. Farlo mi aiuta anche ad alleggerire un po’ il peso di ciò che è successo. Tutto qui».











