«Maximall Pompeii», il nuovissimo centro commerciale più grande del meridione è come il Vesuvio: sempre attivo, notte e giorno, sette giorni su sette; ma a differenza del Vesuvio, lui, con le sue 700 telecamere di sorveglianza, i settanta e passa addetti alla sicurezza, le decine di punti di primo intervento con defibrillatore, le aree comfort e i parcheggi coperti sorvegliati, è certamente uno dei posti più sicuri al mondo. Dentro. Se poi non sorgesse a un tiro di scoppio dal cratere del vulcano… lo sarebbe anche fuori.

Vada come vada, se dopo decenni e decenni di piani di evacuazione, incentivi economici per trasferirsi altrove, zone rosse, zone gialle, gemellaggi, vie di fuga, ceri alla Madonna e riti scaramantici, i 700 mila abitanti circumvesuviani non sono stati spostati d’un millimetro da sotto al vulcano che insieme all’indonesiano Krakatoa e il messicano Popocatépetl è tra i tre più pericolosi del mondo… allora ben venuti questi benedetti 200.000 metri quadrati di struttura.

150 negozi, 30 punti di ristorazione, multisala, hotel quattro stelle da 135 camere, parco esterno, piazze interne: una cattedrale nel deserto dove il ruolo sacerdotale è poi appannaggio ai vari Vip ospiti abituali dei programmi ricreativi… insomma, ieri come oggi: benvenuto guadagno, come recita l’amena iscrizione rinvenuta su un muro di quella Pompei finita arrosto nel 79 dopo Cristo. Anch’essa, a suo tempo, uno dei poli commerciali più vivaci del meridione. Non che la Pompei di oggi sia da meno: con i suoi 55 milioni di turisti è il sito archeologico più visitato d’Italia, anche se a dirla tutta, guardare gli odierni abitanti che staccano il biglietto ai turisti per mostrar loro i resti carbonizzati dei loro antenati… fa sempre un certo effetto. Che s’àdda fa pe’ campa’! Sia come sia, alla fine del turno di lavoro -per chi ancora ne ha uno- i circumvesuviani tutti che ormai evitano centri storici, giardinetti, l’alimentare sotto casa e il bar all’angolo come la peste, sono risucchiati da questo nuovo centro di gravità permanente dove l’aria è fresca d’estate, tiepida d’inverno e la temperatura colore della luce sintetica nasconde le rughe ed esalta l’eventuale abbronzatura. E così, come in ogni sud del mondo che si rispetti, mentre il fuori va sempre più in malora il dentro diventa scialuppa di salvataggio esistenziale. «Il dentro e il fuori…dipende anche da tu come stai, quale è il tuo grado di adattamento a quella realtà», ci racconta Chiara, una commessa pentita che non si chiama Chiara ma ci chiede l’anonimato perché certi meccanismi sono talmente forti che censurano e spaventano anche quando sono declinati al passato; «in questa zona alle falde del Vesuvio, senti un peso…come una specie di stigma che ti condiziona e ti fa sentire un cittadino di margine, con socialità e ambizioni di margine, almeno io così mi sentivo…». Ha retto, la sedicente Chiara tra un rinnovo e un altro, con l’ausilio della famiglia, poi è scappata a Barcellona e qui ci torna solo per le feste comandate.