Domenica gli svizzeri votano in un referendum sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”, proposta dall’Udc, il principale partito di destra. A fine 2025 la Svizzera contava circa 9,1 milioni di abitanti e secondo le previsioni federali la crescita proseguirebbe fino a circa 10,5 milioni nel 2055, con la soglia dei 9,5 milioni attesa già all’inizio degli anni Trenta. L’iniziativa chiede di limitare la popolazione residente, stabilendo che non possa superare i dieci milioni di abitanti prima del 2050.In caso di vittoria del Sì, le conseguenze sarebbero forti. Superati i 9,5 milioni di abitanti, il Consiglio federale e il Parlamento dovrebbero adottare provvedimenti, in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Il Consiglio federale dovrebbe inoltre invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali oppure negoziarne di nuove. Se venisse superato il limite di 10 milioni di persone, poi, la Svizzera dovrebbe uscire da tali accordi, incluso quello sulla libera circolazione delle persone concluso con l’Unione europea, cosa che metterebbe in discussione tutta la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e asilo.Ma perché l’Udc ha proposto questo referendum? La popolazione svizzera è cresciuta rapidamente negli ultimi vent’anni e gran parte del contributo deriva dall’immigrazione. Il risultato di questo choc positivo (dal lato dell’offerta) è stata una crescita economica robusta alla quale, però, si sono aggiunti dei problemi. Ad esempio, sono aumentati moltissimo i prezzi degli immobili (solo un terzo delle famiglie svizzere è proprietaria di casa, gli affitti sono molto cari e l’offerta abitativa non può tenere il passo della domanda perché soggetta a vincoli costruttivi rigorosissimi), è aumentata la pressione sui salari, i treni sono affollati (argomento sensibile perché è un mezzo di trasporto molto utilizzato), lo stress sulle infrastrutture è cresciuto, e la congestione urbana anche. Chi promuove il Sì sostiene che la crescita quantitativa sta erodendo la qualità della vita e che uno stato abbia il diritto di fissare limiti quando ritiene che le proprie capacità di assorbimento siano vicine alla saturazione.A questi punti va aggiunto quello identitario: oggi in Svizzera quasi un residente su tre è straniero, cosa che genera uno strisciante sentimento anti immigrazione (chi scrive ricorda ancora i cartelloni anti italiani in Ticino promossi dalla Lega dei Ticinesi una quindicina di anni fa, nei quali si raffiguravano gli immigrati italiani come dei topi che rubavano il lavoro agli svizzeri).Dal lato opposto, il fronte del No include voci istituzionali (Consiglio federale e Parlamento), voci tecniche come il Kof del Politecnico di Zurigo e gran parte delle associazioni economiche. I sostenitori del No affermano che l’iniziativa affronta un problema reale ma con uno strumento sbagliato. Il No sottolinea soprattutto che porre un limite all’offerta (in questo caso di capitale umano) è, quasi per definizione in economia, una pessima idea, e che anzi peggiorerebbe la penuria di manodopera presente oggi in molti settori e finirebbe per abbassare il potenziale di crescita del paese nel lungo periodo.Chi scrive questo articolo è un economista, nato in Italia, coniugato con una cittadina svizzera e residente da anni nella confederazione. Il mio parere è chiaro: l’iniziativa non ha molto senso dal punto di vista economico e finirebbe con il fare danni. Detto questo, va riconosciuto che i problemi da cui parte il comitato per il Sì sono tangibili e nessuno per il momento sembra avere una soluzione, soprattutto per il problema abitativo, identitario e salariale nei cantoni di frontiera. Non avendo dato risposte ai cittadini per molto tempo, la reazione oggi può essere violenta e referendum simili nel recente passato hanno riservato sorprese. Domenica si deciderà un pezzo di futuro della Svizzera, vedremo quale sarà la scelta.leggi anche