Lo scorso martedì, le autorità militari del Burkina Faso hanno sospeso altre 247 associazioni, portando a oltre 900 il numero totale di organizzazioni chiuse o sciolte dall’inizio della nuova ondata di repressione il mese scorso.
Le organizzazioni, in particolare quelle attive nei diritti umani, nella governance o nella libertà di espressione, sono talvolta viste come un contrappeso in grado di criticare le decisioni del regime o di documentare potenziali abusi. Ouagadougou accusa regolarmente alcune Ong internazionali o locali che ricevono finanziamenti esteri di «essere influenzate da interessi stranieri». In un contesto di crescente retorica nazionalista, la giunta dipinge queste organizzazioni come strumenti di «interferenza occidentale» o «di collusione con gruppi jihadisti che combattono l’esercito o di attività di spionaggio».
Da quando è salita al potere dopo il colpo di stato del 2022, la giunta guidata da Ibrahim Traoré ha cercato di consolidare la propria autorità, andando a limitare tutte le forme di dissenso contro la giunta militare. Una progressiva repressione che ha colpito oppositori politici, attivisti, Ong, media nazionali e internazionali fino ad arrivare a prendere di mira numerosi imam e figure religiose nel paese.








