BOLOGNA – «Un ringraziamento speciale a Repubblica, che ci è stata vicina in questi lunghi dieci anni». Quando sullo schermo appare il videomessaggio di Paola e Claudio Regeni, nella sala di Repubblica delle Idee cala il silenzio. Sono passati dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio di Giulio al Cairo. Dieci anni durante i quali la sua famiglia ha combattuto una battaglia che sembrava impossibile. Una battaglia che oggi, con il processo ai quattro agenti della National Security egiziana entrato nella fase finale, si avvicina per la prima volta a una sentenza.
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«Ricordiamo i primi articoli sul caso di nostro figlio, mostrando da che parte avete scelto di stare, dalla parte dei diritti umani», aggiunge Paola. Ed è forse questa la sintesi più efficace di una storia che non riguarda soltanto Giulio Regeni. Riguarda il diritto di conoscere la verità. Riguarda la possibilità di chiedere giustizia anche quando dall’altra parte c’è uno Stato che continua a negare, depistare e non collaborare. È da qui che parte il racconto andato in scena a Bologna. Non una commemorazione. Non un anniversario. Ma la cronaca di una verità cercata per dieci anni. Una storia che qualcuno sperava potesse essere sepolta sotto il peso del tempo, degli interessi diplomatici e delle ragioni di Stato. E che invece è rimasta viva grazie alla tenacia della famiglia, al lavoro degli investigatori, della procura di Roma, dell’avvocata Alessandra Ballerini e di una mobilitazione civile che non ha mai accettato il silenzio come risposta.






