La guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz costano care all’Italia. Nella migliore delle ipotesi, nel caso in cui la crisi nell’area rientrasse in tempi brevi, la bolletta energetica del nostro sistema Paese potrebbe salire intorno ai 57-58 miliardi, ossia 8-9 miliardi in più del 2025, anno in cui l’esborso complessivo è stato pari a 48,7 miliardi di euro, cioè 7 miliardi in meno rispetto al 2024. Considerando solo la bolletta petrolifera, il valore è stimato raggiungere circa 24 miliardi, con un aumento di 4,5 miliardi rispetto al 2025, questo nell’ipotesi di quotazioni medie di 90 dollari al barile l’anno.
Il presidente di Unem (Unione energie per la mobilità), Gianni Murano, in occasione dell’assemblea dell’associazione che rappresenta le principali aziende operanti in Italia nell’ambito della lavorazione, della logistica e della distribuzione dei prodotti petroliferi e di prodotti energetici low carbon, ha fatto il punto sul settore che più di tutti ha risentito della crisi nel Golfo Persico. Una situazione di incertezza che si inserisce nella complicata fase di transizione energetica in cui l’Europa sembra non avere una chiara strategia. A livello globale, con la chiusura di Hormuz, che "è uno snodo essenziale per il traffico petrolifero e non solo”, nel giro di poche settimane, ha spiegato Murano, sono venuti a mancare volumi significativi: si tratta di circa 16 milioni di barili al giorno di petrolio e di 3,8 milioni di prodotti raffinati, pari rispettivamente al 35% e al 20% dei flussi globali di petrolio e prodotti finiti commercializzati via mare. Tutto questo ha comportato "un deficit di offerta in un contesto in cui le possibilità di compensazione sono limitate".










