Sono stata lunedì a celebrare i dieci anni del Core (Centro oncologico ed ematologico) di Reggio Emilia, un’eccellenza della Sanità pubblica, la comunità di cittadini né è orgogliosa. Sanità ed educazione, i due pilastri di ogni società democratica sana, a Reggio Emilia si manifestano nella loro eccellenza. Hanno parlato in tanti. Tra i molti una biologa molecolare, ricercatrice, Mila Gugnoni: “Il mio lavoro, tecnicamente, consiste nel fallire”, ha esordito. Che meraviglia. Ha spiegato il Progetto Genoma (è stato, fra il 1990 e 2003, uno sforzo collettivo, visionario, un’impresa da tre miliardi di dollari) e finalmente l’ho capito. Ha detto: l’obiettivo del Progetto Genoma era leggere tutto il Dna umano e rendere quei dati disponibili alla comunità scientifica. Le aspettative erano enormi.

C’era chi immaginava che, nel 2020, un medico avrebbe potuto sequenziare tutto il Dna di un paziente e trovare in poche ore una risposta alla sua malattia. “Non è andata così. Si pensava che avessimo almeno centomila geni, abbiamo scoperto di averne ventimila. Come un verme lungo un millimetro, meno della metà di una piantina di riso. Possibile?”. Poi è arrivata la domanda giusta: la svolta evolutiva non era nel numero, nella quantità, ma nelle funzioni. Quel Dna considerato “spazzatura” contiene interruttori molecolari che accendono e spengono i geni. Per molto tempo abbiamo pensato che il tumore fosse un destino scritto nel Dna, causato solo da mutazioni nei geni classici. Oggi sappiamo che il problema può essere nei comandi: la cellula riceve istruzioni sbagliate. Può succedere che si spenga l’interruttore, oppure che resti sempre acceso. Il Progetto Genoma è il fallimento più riuscito della storia recente della biologia. Se un’ipotesi viene smentita non è tempo perso. Così costruiamo conoscenza: con i fallimenti. Dovremmo considerarlo anche nella vita di tutti i giorni. Come diceva Samuel Beckett: “Hai provato. Hai fallito. Non importa. Riprova. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.