Secondo le stime dell’istituto di statistica degli Stati Uniti a maggio il livello generale dei prezzi è stati più alto del 4,2 per cento rispetto a maggio dell’anno scorso: è l’aumento su base annua maggiore degli ultimi tre anni e si deve principalmente al rincaro di energia, carburanti e derivati del petrolio per la guerra in Medio Oriente. È il terzo mese consecutivo che negli Stati Uniti aumenta l’inflazione, la misura cioè della variazione dei prezzi: come si vede dal grafico i prezzi salivano anche prima, ma dall’inizio della guerra lo fanno più intensamente.

È un pessimo segnale per l’economia, visto che una forte crescita dei prezzi porta a un impoverimento generale della popolazione, come successo dopo la pandemia e la guerra in Ucraina. L’andamento dei prezzi negli Stati Uniti, come nei paesi europei, non è ancora serio come allora, ma la tendenza si sta aggravando. È un pessimo segnale anche per il governo di Donald Trump, alle prese con una consistente perdita di consensi per aver causato una guerra che ha fatto salire di nuovo il costo della vita e soprattutto dei carburanti, temi particolarmente sensibili per gli elettori statunitensi.

Il dato potrebbe anche portare a un’ulteriore conseguenza impopolare, cioè all’aumento dei tassi di interesse di riferimento da parte della Federal Reserve, la banca centrale statunitense anche nota come FED, che deve deciderne il livello nella periodica riunione di politica monetaria, prevista per mercoledì prossimo. La gestione dei tassi di interesse è il principale strumento con cui le banche centrali cercano di tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi: li aumentano se i prezzi crescono troppo, facendo salire di conseguenza i tassi sui mutui e i prestiti; li riducono se crescono troppo poco e l’economia è stagnante. L’obiettivo della Fed è mantenere l’inflazione attorno al 2 per cento, considerato indice di un economia sana: è la metà rispetto al tasso di inflazione attuale.