Pechino risponde alle intese nippo-filippine con messaggi inequivocabili intorno a Taiwan mentre Manila è sempre più al centro della contesa egemonica globale
Domenica 7 giugno 2026 quattro imbarcazioni cinesi hanno violato la zona ristretta a trenta miglia nautiche dalla punta meridionale di Taiwan. Sette motovedette della Guardia Costiera taiwanese le hanno intercettate e scortate fuori dalle proprie acque. Il termine usato da Taipei è stato “espulso”. La Guardia Costiera taiwanese ha diffuso la registrazione dello scambio radio tra le due parti: secondo Reuters che ha potuto ascoltare l’audio, l’ufficiale cinese a bordo rivendicava giurisdizione piena su quelle acque, mentre il collega taiwanese rispondeva che la Cina non godeva di alcun diritto sovrano nelle acque orientali di Taiwan e che, in caso di conflitto, sarebbe stata Pechino a dover rispondere al giudizio del mondo.
L’episodio era stato preceduto, il sabato, dall’annuncio ufficiale di una «operazione speciale di presidio del traffico marittimo nelle acque a est di Taiwan, disposta dal Ministero dei Trasporti cinese insieme alle autorità marittime del Fujian e del Guangdong. La nave di punta era la Haixun 09, la più grande unità di pattugliamento civile della flotta cinese. Nessuno scafo militare in prima fila: tutta la formazione era composta da imbarcazioni di guardia costiera e soccorso marittimo, tecnicamente civili o paramilitari. Una scelta che è già di per sé un messaggio.













