C’è un momento, negli stadi, in cui il rumore cambia natura. Non è più tifo, non è più tensione agonistica, non è nemmeno silenzio: è una sospensione quasi fisica, come se migliaia di persone trattenessero il respiro nello stesso istante. A Odense, ogg quel momento è tornato ad avere il volto di Christian Eriksen. Il centrocampista danese si è accasciato durante l’amichevole tra Danimarca e Ucraina, costringendo arbitro, compagni, avversari e pubblico a rivivere un incubo che il calcio europeo sperava di non dover più rivedere. La partita è stata interrotta e poi definitivamente sospesa. Le prime notizie arrivate dalla DBU, la federazione danese, sono state incoraggianti: il giocatore era cosciente e “reagiva bene” dopo l’accaduto.

La scena, per forza di cose, ha riportato tutti al 12 giugno 2021, alla gara degli Europei contro la Finlandia a Copenaghen, quando il cuore di Eriksen si fermò e il suo compagno Simon Kjær fu tra i primi a soccorrerlo. Da allora, la carriera del fuoriclasse danese era diventata qualcosa di più di una semplice traiettoria sportiva: un ritorno, una sfida al destino, un caso medico e umano osservato in tutto il mondo. Dopo quell’episodio, a Eriksen fu impiantato un defibrillatore cardiaco impiantabile (ICD); in seguito lasciò l’Inter, perché con quel dispositivo non avrebbe potuto ottenere l’idoneità per giocare in Serie A secondo l’interpretazione delle norme mediche italiane, per poi ripartire dalla Premier League e, più tardi, dalla Bundesliga.