Quando la crème de la crème americana sfilava sul red carpet dell’ultimo Met Gala, un’altra New York accendeva la protesta sulla facciata patrizia della penthouse dei Jeff Bezos e Lauren Sánchez, sponsor dell’evento. A Madison Square Park, uno degli angoli più eleganti di Manhattan, gli attivisti del collettivo Everyone Hates Elon proiettavano guerrilla-video contro il fondatore di Amazon, medaglia di legno dei più ricchi del pianeta. Le immagini denunciavano le condizioni di lavoro nei magazzini dell’azienda, i turni durissimi, i salari giudicati insufficienti. Erano simbolo dell’insofferenza di una parte della città verso Bezos e i paperoni come lui, in una metropoli dove milioni di persone non riescono più a permettersi l’affitto.Quel risentimento ha trovato un megafono politico in municipio. Zohran Mamdani, sindaco socialista, vuole trasformare la rabbia in una battaglia fiscale. Eletto lo scorso novembre anche con la promessa di far pagare più tasse agli ultra-ricchi, sostiene da tempo che aumentare le imposte sui redditi d’oro sia necessario per finanziare i servizi pubblici destinati ai newyorkesi.«Non è un caso che Warren Buffett abbia raccontato di pagare (proporzionalmente) meno tasse della segretaria che lavorava per lui», ci dice ironico William Darity. Professore emerito alla Duke University, è uno dei più autorevoli economisti americani nello studio delle disuguaglianze razziali e patrimoniali. «Il motivo sta nella natura stessa del sistema di deduzioni previsto dalla legge. Quelle potenziali sono così ampie che, con una consulenza molto attenta da parte di avvocati fiscalisti, possono essere individuate e utilizzate in modo tale da permettere a una persona estremamente ricca di pagare pochissimo».Nell’ultima intervista alla Cnbc, Bezos ha contestato l’idea che un giro di vite attorno ai patrimoni miliardari significhi automaticamente aiutare la classe lavoratrice. Per spiegarsi ha scelto un esempio sensibile, il sistema scolastico pubblico di New York. La città, ha ricordato, spende circa 44.000 dollari l’anno per studente, più di molte altre realtà americane, senza ottenere (a suo giudizio) risultati di eccellenza. «Potete raddoppiarmi le tasse, ma non aiutereste un insegnante nel Queens», ha detto. Più giusto cancellare completamente le imposte per i contribuenti con i redditi più bassi, visto che l’1% più ricco versa circa il 40% delle entrate fiscali, mentre la metà più povera contribuisce con un trascurabile 3%.A difendere il fantomatico insegnante del Queens è sceso Mamdani, prima su X e poi da City Hall. Sul giovane sindaco si concentrano oggi molte delle speranze del progressismo americano. Primo vero test, il bilancio della città. Ha presentato una manovra da 124,7 miliardi di dollari con l’obiettivo di coprire un deficit previsto di 12 miliardi nei prossimi due anni senza intaccare il fondo per le emergenze, senza nuovi aumenti sulla proprietà immobiliare e senza menomare i servizi sociali. Secondo i detrattori, però, più che risanare i conti Mamdani starebbe guadagnando tempo. Il piano, difatti, poggia in larga parte sugli aiuti dello Stato di New York e sul rinvio di alcuni pagamenti pensionistici.Nel frattempo, però, è stata approvata la cosiddetta “pied-à-terre tax”, l’imposta sulle seconde case di lusso. Per promuoverla, Mamdani aveva scelto come sfondo di un video social il grattacielo di Ken Griffin. Il finanziere aveva reagito con irritazione, annunciando che avrebbe ampliato a Miami, e non a New York, gli uffici del suo hedge fund Citadel, e definendo il video «di cattivo gusto». Soprattutto, hanno tuonato i critici, dopo l’omicidio di Brian Thompson, il ceo di UnitedHealthcare ucciso a Manhattan nel 2024. Luigi Mangione, accusato dell’attacco, è diventato per una parte dell’opinione pubblica un simbolo della lotta contro lo strapotere delle corporation.La nuova “pied-à-terre tax” colpisce le residenze valutate oltre 5 milioni di dollari con un prelievo aggiuntivo da sommare alle già salatissime tasse cittadine sulla proprietà. Secondo le stime dovrebbe portare in cassa 500 milioni di dollari l’anno.New York, difatti, è la capitale americana dei grandi patrimoni. Secondo Oxfam America, nella Grande Mela vivono 154 miliardari con una fortuna complessiva di 975,7 miliardi di dollari. Nell’ultimo anno, la ricchezza dei miliardari newyorkesi è cresciuta dell’11,6%, mentre i salari dei lavoratori non hanno mantenuto il ritmo dell’inflazione. Non è un’eccezione, ma l’immagine plastica di una tendenza nazionale. «Il livello di disuguaglianza patrimoniale non è maggiore rispetto ad altre città degli Stati Uniti, come Los Angeles», spiega l’esperto.Negli Stati Uniti, lo 0,1% più ricco delle famiglie possiede circa un quarto di tutte le azioni americane, secondo i dati della Federal Reserve. Secondo Darity bisogna affrontare la radice del problema con l’assegnazione di baby bonds. «Ovvero la creazione di un conto fiduciario finanziato pubblicamente per ogni neonato negli Stati Uniti», con un importo legato alla condizione patrimoniale dei genitori. Ad esempio, se Jeff Bezos avesse un altro figlio, spiega il professore, quel bambino riceverebbe simbolicamente «un conto fiduciario da 50 dollari». Per un neonato nato, invece, in una famiglia senza patrimonio o persino con un patrimonio netto negativo, il conto potrebbe arrivare a 50-60 mila dollari. Il denaro sarebbe accessibile solo all’ingresso nell’età adulta, con un rendimento reale garantito dell’1% annuo. Darity sostiene che la proposta non sarebbe affatto irrealistica sul piano dei costi visto che inciderebbe del 2-3% sul bilancio federale e non avrebbe un impatto immediato sulle casse pubbliche perché i primi pagamenti arriverebbero solo quando i beneficiari raggiungerebbero l’età adulta. L’opposto dei cosiddetti “Trump Accounts”, che assegnano 1.000 dollari a ogni bambino nato durante la presidenza del tycoon e permettono poi ai genitori – solo a quelli più benestanti – di versare fino a 5.000 dollari l’anno.Secondo i critici come Darity, in questa America delle disuguaglianze, le politiche fiscali dell’amministrazione Trump non hanno fatto che allargare ancora di più la forbice. Lo scorso luglio, ad esempio, il presidente ha firmato il famigerato One big beautiful bill, una legge che alleggerisce i conti dello 0,1% più ricco dei contribuenti.È l’opposto della linea di Mamdani. Per il sindaco, la disuguaglianza non è solo una questione di reddito. La sua amministrazione ha appena pubblicato il Preliminary citywide racial equity plan e la True cost of living measure, due rapporti che mettono nero su bianco i nodi della disparità razziale a New York. Un dato basta a misurare il divario: il patrimonio netto medio delle famiglie bianche newyorkesi è di circa 276.900 dollari, quasi quindici volte quello delle famiglie nere, ferme a 18.870 dollari.Su questa frattura Mamdani costruisce la sua offensiva fiscale. Ma ogni volta che a New York si parla di tassare i grandi patrimoni, torna lo stesso spauracchio: le élite faranno le valigie, portando altrove capitali e gettito. Darity liquida la minaccia con una battuta. «Una parte di me direbbe: lasciamoli andare. Difficile, però, immaginare che tutti i super-ricchi rinuncino davvero». Troppi servizi, troppo prestigio, troppa influenza. La città che li tassa è anche quella che li rende potenti.