PORDENONE - «Dodici ore di interrogatorio in piedi senza acqua e cibo negli uffici della polizia russa dell’aeroporto moscovita di Domodedovo» e poi, solo dopo aver evocato il Consolato italiano, l’accompagnamento «come un detenuto» su un volo diretto a Istanbul, senza passaporto e con il veto di mettere piede sul suolo russo per i prossimi dieci anni. La contestazione è di un certo effetto: «Terrorista filo ucraino». Mario Bonavia, ex segretario di Pordenone di Azione, il partito di Carlo Calenda, racconta così il fattaccio di cui è stato protagonista nella notte tra il 3 e il 4 giugno mentre si trovava per lavoro – è il commerciale di un’azienda di cosmetici lombarda, la Valetudo Srl – nella Federazione russa, una meta che frequenta abitualmente negli ultimi due anni, da quando cioè gli era stato rilasciato il visto.
All’origine della vicenda, un numero di telefono ucraino nell’agenda del suo telefono cellulare di lavoro e, nella galleria dello smartphone, alcune foto del sit-in pro-Ucraina svoltosi a febbraio a Pordenone e inviate dall’organizzatore, l’attuale segretario di Azione Marco Salvador, in una chat in cui era presente anche Bonavia. Tanto è bastato per considerarlo «un terrorista» simpatizzante del Paese che la Russia ha invaso ormai oltre 4 anni fa. IL RACCONTO «Mi trovavo in viaggio per lavoro come ho fatto spesso, anche a gennaio di quest’anno – riprende dall’inizio il racconto Bonavia, rientrato a casa da poche ore -. Ero all’aeroporto per prendere un volo interno diretto a Novosibirsk, in Siberia, dove avrei dovuto partecipare a un convegno sulla cosmetica». È in questa circostanza che «la polizia mi chiede, per un normale controllo, i documenti e il telefono cellulare». Da qui nascono i guai, perché nell’agenda è comparso un numero che non avrebbe dovuto esserci: il 38. Non un enigma, ma il prefisso internazionale dell’Ucraina. «Era riferito al numero di telefono di una collega di lavoro con cui collaboro perché commercialmente seguo anche quel Paese – racconta il pordenonese, che confessa di non aver pensato a rimuoverlo dovendo recarsi in Siberia -. Nelle nostre conversazioni non vi era alcun riferimento o commento politico ma solo, in qualche occasione, un accenno alla condizione precaria in cui la collega opera e mie generiche parole di solidarietà».La polizia russa a quel punto non ha mollato la presa e ha duplicato i contenuti dello smartphone mettendolo a setaccio. E la posizione di Bonavia agli occhi russi si è aggravata. «In una chat di whatsapp hanno trovato foto del sit-in pro-Ucraina che si era tenuto a Pordenone – continua nel racconto -. Foto che non avevo scattato io, che non ho partecipato all’evento, ma che erano state inviate dagli organizzatori in un gruppo in cui c’ero anch’io. Non avendole cancellate, erano rimaste in memoria».L’INTERROGATORIO È a quel punto che «comincia l’interrogatorio durato tutta la notte, in una situazione in cui confesso di aver provato una certa paura, almeno finché non ho evocato l’intervento del Consolato italiano. Da quel momento la morsa si è un po’ allentata». In una breve pausa “bagno”, infatti, l’ex segretario di Azione – attualmente ha abbandonato l’attivismo politico e non ha rinnovato l’iscrizione al partito – è riuscito a farsi imprestare il telefono da un russo e ad avvertire la moglie di quanto stava accadendo, chiedendole di allertare immediatamente il Consolato. Il quale «si è attivato tempestivamente con la rassicurazione che mi avrebbero inviato un avvocato se la situazione non si fosse evoluta in positivo in tempi celeri».Tanto è bastato per una svolta, che è arrivata al mattino. «Mi hanno detto di considerarmi fortunato perché sono italiano. Se fossi stato un russo la vicenda non sarebbe finita così – ripercorre -. Mi hanno letteralmente caricato su un volo per Istanbul privandomi del passaporto, che è stato consegnato al pilota, e con il diktat di non mettere più piede sul suolo russo per dieci anni». Dalla Turchia Bonavia ha preso il primo volo per l’Italia dove l’aspettava, però, un altro shock: «Insulti di ogni specie su tutti i miei canali social».






