di
Riccardo Cesari*
La Legge di Bilancio 2026 concede più flessibilità ai dipendenti per trasferire la propria posizione pensionistica complementare dal fondo negoziale di categoria ad altra forma. Ma conviene davvero? L’analisi dei rendimenti e dei costi nel breve, medio e lungo periodo dei vari fondi
Diceva il grande allenatore Zdeněk Zeman: il risultato è casuale, la prestazione no. Applicato alla previdenza complementare si potrebbe dire: il rendimento è casuale, i costi no. La ricerca del gestore col rendimento migliore è certamente utile ma piuttosto difficile e con risposte molto provvisorie, che guardano al passato ma faticano a prevedere il futuro. La ricerca del fondo con i costi più contenuti è assai più facile, più duratura e può avere effetti più incisivi sul patrimonio accumulato per la pensione. Come sottolinea l’Autorità di Vigilanza, un minor costo di un punto percentuale si traduce, in 35 anni, in una pensione più alta del 20%.
La novità introdotta dalla Legge di BilancioIl confronto è ancora più rilevante in questo anno, quando per la prima volta è stata prevista, dalla legge di bilancio per il 2026 (L. 199/2025, art. 1 comma 201 lettera (c) in modifica dell’art. 14 comma 6 del Dlgs 252/2005), la possibilità per il lavoratore dipendente di trasferire la propria posizione pensionistica complementare dal fondo negoziale di categoria ad altra forma complementare, includendo nel trasferimento il contributo datoriale, che in media vale circa il 20% della contribuzione complessiva (contributo datore, contributo lavoratore e Tfr).






