È sconcertante assistere al dibattito che si è aperto in queste settimane sulla presunta necessità di realizzare una nuova stazione dell’alta velocità sulla linea Brescia-Verona, a circa dieci chilometri dal lago di Garda. Una discussione che arriva con almeno trent’anni di ritardo e che rappresenta la certificazione di un errore progettuale e politico compiuto da chi ha pianificato, approvato e sostenuto quest’opera.

La TAV Brescia-Verona è infatti una delle infrastrutture ferroviarie più controverse e travagliate del Paese. Tra progettazione, approvazioni, contenziosi e finanziamenti, è la tratta che ha richiesto più tempo per arrivare alla fase realizzativa.

L’idea della linea ad alta velocità Milano-Venezia nasce all’inizio degli anni Novanta. Nei primi anni Duemila viene sviluppato il progetto preliminare che prevedeva anche il cosiddetto “Shunt di Brescia”, una variante esterna alla città con collegamento all’aeroporto di Montichiari, uno scalo che non è mai realmente decollato e che oggi non svolge alcun ruolo significativo nel trasporto passeggeri.

Quel progetto incontrò forti opposizioni territoriali e rilevanti criticità ambientali, urbanistiche e trasportistiche. Alla fine il CIPE abbandonò l’ipotesi dello Shunt, ma scelse comunque di non realizzare il quadruplicamento in affiancamento alla linea storica Milano-Venezia. Una decisione che avrebbe condizionato pesantemente il futuro del trasporto ferroviario gardesano e dell’intero corridoio ferroviario.