Era il settembre 2011 quando arrivai per la prima volta, quasi per caso, a San Sperate, paese del Campidano vicino a Cagliari. Mi avevano parlato del «Giardino sonoro», ma prima di arrivare al suo ingresso ho attraversato strade colorate di murales e qualche muro color fango. Fino a pochi decenni fa il paese era tutto marrone, fatto di case di terra cruda, mattoni di paglia e argilla. In questo grumo di terra, nel 1942, era nato Pinuccio Sciola, l’artista che ha capito che la pietra non era muta, e che mi ha dato occhi nuovi per guardare e ascoltare il mondo. Il 29 maggio scorso ho aperto con la famiglia il portone di via Marongiu. La casa ora è un museo, che nulla però ha perso della sua natura di casa. È tornato il festival Sant’Arte che lui stesso aveva immaginato, perché l’arte va celebrata ogni giorno nello splendore della sua «santità», diceva. Lo studio è com’era: il giradischi, i libri annotati a margine, il caminetto con la cenere. È un cantiere aperto: c’è chi sogna – io tra questi – di farne una sede per residenze d’artista, dove venire a stare, non a transitare. Un museo è freddo, crea distanza: lì l’arte si consuma. Qui invece c’è ancora il «tziu Peppe».Pinuccio amava dire di essersi formato all’«Università della Natura». Era vero solo in parte: a diciassette anni un concorso alla Rinascente di Cagliari gli vale una borsa di studio e l’Istituto d’Arte; poi vengono Salisburgo, l’Accademia internazionale, gli anni con Kokoschka e Wotruba, i viaggi che lo portano da Henry Moore ai maestri del muralismo messicano, fino a Siqueiros, con cui lavorerà a Città del Messico. Ma il vero apprendistato lo fece guardando la materia della sua isola. La Sardegna, ripeteva, è «una delle primissime terre emerse», la più bella scultura naturale al centro del Mediterraneo. La terra, le pietre: tutto ruota intorno a una convinzione antica. La pietra è inerte. Dove la posi, resta; la tocchi e la consumi; non ha un cuore che pulsa, tanto che diciamo «cuore di pietra». Persino Ungaretti, ferito nella trincea del Carso, non seppe trovare immagine più vera del proprio dolore che la pietra del San Michele, così fredda / così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente disanimata , per chiudere con un sigillo: La morte si sconta vivendo . Una certezza che pare inattaccabile. Sciola ha speso la vita a smontarla.Nel 1968, mentre altrove il mondo bruciava, rientrò in paese e imbiancò a calce i muri di fango per offrirli come tele: nasceva il paese-museo, il muralismo «in casa» di San Sperate, che attira artisti da tutto il mondo, tanti che fondano un’associazione, NoArte, per ospitarli. Ma la sua opera maggiore è il Giardino Sonoro. Per realizzarlo ha capovolto un mito: la Medusa, pietrificando, toglie la parola; lui ha fatto l’opposto. Con una lama diamantata incide il basalto di fitti tagli verticali: la pietra si fa elastica, flette, vibra, e dalla vibrazione sgorga il suono. Non si percuote mai — chi colpisce sente solo il rumore del colpo, non la voce della materia. È la vocazione di un giardino zen, ma rovesciata — il karesansui giapponese è fatto per il silenzio, questo per il canto. Non si ascolta musica nel giardino: la musica sono le sue stesse pietre. Il mondo è meditazione. E non tutte le pietre hanno la stessa voce: il marmo di Carrara è afono accanto al calcare sardo del Giurassico, vecchio centocinquanta milioni di anni. Più antica è la pietra, più ha da dire. La regola è una sola: non percuoterla, ma accarezzarla. Bastano due dita. C’è chi ha scritto «per orchestra e pietre» — fu una tesi di dottorato — scoprendo il paradosso: la pietra non si può accordare, e allora bisogna scordare gli strumenti.Curioso, allungo le dita e accarezzo la pietra: silenzio. Riprovo: nulla. Un ragazzo cresciuto nel giardino, accanto a me, le fa cantare senza pensarci. Un’esperienza istruttiva e umiliante: il contatto non basta, la carezza non basta. Serve una relazione, da costruire e modulare. Ci vuole tempo. Viviamo in un mondo smaterializzato, dove tutto avviene «da remoto», e crediamo, alla maniera cartesiana, che basti pensarla perché funzioni: penso, dunque suona. E invece no: c’è una soglia carnale che il concetto non valica. Mi torna in mente la Conversazione con una pietra di Wislawa Szymborska: il poeta bussa, vuole entrare, e la pietra ribatte non ho porta, ti manca il senso del partecipare . Il giardino di Sciola è controculturale: mentre corriamo verso il disembodiment dell’Intelligenza Artificiale, qui si torna alla mano, all’età della pietra, l’unica che potrà salvarci. L’arte nasce nelle caverne.C’è un episodio che racchiude tutto. I donatori di sangue dell’Avis gli chiesero una stele. «Datemi carta bianca», rispose, «e io vi do il sangue della pietra». Aveva visto una fiamma ossidrica fendere il ferro come burro; la fece scorrere lungo le incisioni del basalto, che si arroventò fino a bollire. Disse di aver visto la pietra piangere sangue. La conclusione era vertiginosa: se tagliando la pietra ne esce sangue, allora è viva; se è viva, vibra; se vibra, suona. Il basalto, in fondo, è lava: un fuoco rimasto dentro. Il resto — la lama, l’acustica — è solo il modo di restituirle la parola. Pierre Teilhard de Chardin, gesuita e paleontologo, da bambino cercava nella materia qualcosa che «brillava»: trovò il suo «Dio di ferro» in un bullone d’aratro, e scoperto che il ferro arrugginisce cercò l’incorruttibile nei cristalli di quarzo. Non cercò lo spirito in alto, ma per terra, spezzando l’equazione tra spiritualizzarsi e dematerializzarsi. Sciola giurava di scorgere nei basalti «pezzi di stelle» incastonati alla nascita dell’universo. «La pietra è la spina dorsale del mondo», ripeteva, citando un detto inca. Il poeta Charles Simic aveva immaginato, dentro un sasso, mappe stellari sui muri interiori : lui diceva di averle trovate. Dentro il sasso non c’è buio: ci sono le stelle.Sono le stelle del «Matto» della Strada di Fellini. Raccoglie un sasso e spiega a Gelsomina che ogni cosa serve a qualcosa: «se questo è inutile, allora è inutile tutto, anche le stelle». Papa Francesco amava quel film e si riconosceva nel Matto: siamo «sassolini» – disse a braccio in un’omelia di Pasqua – aggrappati a Cristo, «la pietra che il peccato ha scartato»; e davanti alla croce non un «muro» ma «un orizzonte», con l’altra pietra, quella del sepolcro, «rotolata via». È la Laudato si’ : «tutto è connesso». Ed è il Vangelo a negare che la pietra sia un vicolo cieco del vivente: Giovanni Battista ammonisce che «Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». Dalla materia più inerte, una vita. Il nesso tra pietra e suono, tra pietra e preghiera, ha conosciuto nel nostro tempo altre voci. Antoni Gaudí ha fatto della Sagrada Familia una foresta di pietra che prega senza parole, e nel Parco Güell sparse centocinquanta sfere, una per ogni grano del rosario. Bill Fontana, allievo di John Cage, per il Giubileo degli Artisti ha amplificato le vibrazioni interne del Campanone di San Pietro, il respiro del bronzo anche quando la campana tace. Ma Sciola osa di più: non amplifica e non edifica, entra nella pietra e ne libera i suoni, come i Prigioni di Michelangelo che lottano per uscire dal marmo. Al Giardino Sonoro sono venuti a suonare Björk, Miles Davis, Paolo Fresu. Due settimane prima di morire portò le sue pietre davanti al Mosè di Michelangelo, in San Pietro in Vincoli: l’incontro si chiamava «La Voce della Pietra», e al Mosè che per leggenda non parla offrivano una risposta.Quella voce ha poi fatto il giro del mondo. Nell’estate del 2025, per la settimana della Sardegna al Padiglione Italia dell’Expo di Osaka, le pietre sonore di Sciola sono state esposte sotto un titolo che pare il seguito del dialogo: «La voce della pietra. La voce dell’uomo». Il calcare dalla «sonorità liquida» e il basalto inciso come un’arpa hanno cantato accanto al canto a tenore — patrimonio Unesco — e alle launeddas : voce della pietra e voce della gente, a rispondersi davanti a milioni di visitatori. E anche là le opere «nascono per sfioramento», fatte suonare dai figli che le accarezzano. «In principio fu il suono», amava ripetere Sciola, parafrasando il Prologo di Giovanni: se il Verbo è all’origine di tutto, il suono che dorme nella pietra ne è la traccia impressa nella materia. «Non so se le ho scoperte io, le pietre, o se sono state loro a scoprire me». L’idea che governa tutto è seminare arte: ad Assisi ha piantato «semi della pace», monoliti spuntati dalla terra, come se bastasse interrare una pietra e annaffiarla. La Sardegna è terra dionisiaca: Apollo non sa dove si trovi quest’isola. È basalto, fuoco rimasto dentro, è Dioniso. Lo si sente nelle pietre e nelle persone. E proprio per questo ci vuole la poesia, quella che sa stare dentro la materia.L’ultimo sogno di Sciola aveva la misura di un’isola intera: trasformare la statale che attraversa la Sardegna in un museo a cielo aperto, una scultura ogni chilometro al posto dei cartelloni. Fece in tempo a collocarne due. Quando morì, nel 2016, San Sperate si vestì di bianco e al funerale vennero in ottomila, e promisero. Le promesse, si sa, sono di pietra finché qualcuno non le accarezza. Oggi, dieci anni dopo, una di esse è stata accarezzata: quel portone si è riaperto. Una casa, non un sepolcro. Resto un istante con la mano su un basalto ancora tiepido di sole.
Pinuccio Sciola, il canto e il sangue della pietra in Sardegna
A San Sperate riapre la casa dello scultore che ha fatto cantare il basalto. Dieci anni dopo la morte, un viaggio nel Giardino Sonoro dove la materia, accarezzata, ritrova la voce















