Palestina Nella notte tra mercoledì e giovedì, i raid hanno ucciso almeno undici palestinesi in una continua escalation militare. Intanto la Corte suprema ordina al governo di aprire le porte delle carceri alla Croce Rossa
«Qui vediamo solo coperte e cuscini, tutti bruciati. Una famiglia di cinque persone è morta bruciata viva. Hala dormiva un po’ più distante ed è stata l’unica bambina a sopravvivere all’incendio». È il racconto della giornalista palestinese Hind Khoudary, arrivata ieri sul luogo del raid aereo israeliano che nella notte ha sterminato la famiglia Lubbad.
È successo a Gaza City: il bombardamento ha colpito gli scheletri di quattro case, tra cui l’edificio dove i Lubbad avevano trovato rifugio, circondati da tende di sfollati: «È evidente che si trattava di una casa – continua Khoudary su al Jazeera – Possiamo vedere mobili, letti e quel poco che resta di questa famiglia: uno zaino, una bambola e del cibo».
NELLA NOTTE tra mercoledì e giovedì l’esercito israeliano ha ucciso undici palestinesi a Gaza City e ne ha feriti almeno quindici, in quella che è ormai una chiara escalation militare. Il mese di maggio è stato il più sanguinoso dall’11 ottobre quando è entrata in vigore una tregua che tregua non è mai stata. L’escalation coincide con i propositi, dichiarati dal premier israeliano Netanyahu, di occupare stivali a terra il 70% della Striscia. Già oggi ne occupa il 60%, oltre la metà dell’enclave del tutto svuotata di palestinesi. Come in Libano, è la «linea gialla» a definire il confine tra la vita e la morte, confine labile perché la morte si allarga e supera le frontiere immaginarie.








