Dal Nobel per la pace, alla ricostruzione dell’impero sovietico...

Antonio Picasso

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Subito dopo il summit Trump-Putin, ad Anchorage, in Alaska, lo scorso anno, circolava in rete una vignetta. I due leader erano visti entrambi con una corona d’alloro. Ognuno però aveva in mente un obiettivo diametralmente opposto a quello dell’altro. Trump sognava il Nobel per la pace. Putin la ricostruzione dell’impero sovietico. I droni ucraini che sorvolano il cielo di San Pietroburgo smentiscono quell’improbabile “entente cordiale” cui si era assistito mesi fa. «È il segno che Washington si è stufata di Putin. Trump è impegnato in altre guerre. Non ha tempo di dedicarsi a chi, al Cremlino, rifiuta qualsiasi negoziato». Anna Zafesova, giornalista, politologa ed esperta di Russia, osserva come le due potenze mondiali non siano più capaci di garantire stabilità e ordine nel mondo. «Si sono ridotte entrambe a una visione personalistica del potere. Il presidente Usa è un narcisista e megalomane, mentre quello russo introverso e insicuro. Insieme condividono la convinzione di incarnare il potere mondiale».

L’handicap è politico, ma anche personale. Così gli Usa non riescono più a fare da poliziotto del mondo, com’è stato in passato, e la Russia ha le mani legate nel ridefinire la propria sfera d’influenza. Tant’è che Trump si trova arenato nello Stretto di Hormuz e Putin è offuscato dalla sua ideologia di Santa Madre Russia, che gli impedisce di arrivare a un dunque con l’Ucraina. «L’attacco di ieri alla città natale del leader russo – osserva l’analista – è la dimostrazione che ora, a Washington, prevale la linea di Rubio, quella del repubblicano vecchio stile, tale per cui se non siamo riusciti a convincerti con le buone, adesso passiamo alle maniere più brusche».