La canzone napoletana era sì all'inizio decadente e pessimista ma poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si inzuppò di jazz, swing e buonumore

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Si fa presto a limitare la canzone napoletana a semplice fenomeno pop, a canzone trasmessa dalle radio o celebrata in classifica. In realtà è uno dei pilastri della cultura musicale che spesso noi italiani, per l'imperdonabile abitudine di deprezzarci, tendiamo a sottovalutare. Intanto si tratta di un fenomeno quasi millenario, visto che affonda le radici al Milleduecento quando l'Università Federico II di Napoli iniziò a stimolare l'abbraccio tra poesia, lingua volgare e melodia indigena. Qualcosa di assolutamente unico al mondo. Come unica era, secoli dopo, la "villanella alla napoletana", che poteva essere polifonica oppure soltanto vocale, pulsava di ottimismo e aveva il pregio di piacere anche alle classi colte. Arrivarono la tarantella e l'"opera buffa" iniziò a contaminare il canto portandoci anche l'ormai riconoscibilissima teatralità. Per dire, è del 1768 la celebre Lo guarracino, tarantella che poi fu rielaborata nell'Ottocento proprio quando nascono Te voglio bene assaje (1835), Funiculì funiculà (1880), 'O sole mio (1898). Poi la nascita di case editrici/discografiche come La canzonetta (cui collaborarono anche Libero Bovio e Totò) contribuì a traslocare la canzone napoletana nella cultura mondiale, trasloco che l'emigrazione rese ancora più capillare con le sue storie di dolore e amore in viaggio. La canzone napoletana era sì all'inizio decadente e pessimista ma poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si inzuppò di jazz, swing e buonumore, esplose grazie anche a Renato Carosone e Aurelio Fierro e Sergio Bruni e persino Domenico Modugno (Tu sì 'na cosa grande è un capolavoro). Nel frattempo i grandi tenori, da Caruso e Gigli fino a Pavarotti e ora a Bocelli, la portarono nei teatri più prestigiosi del mondo davanti alle platee più rappresentative.