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Riccardo Bruno, inviato
Il procuratore: «Omertà sul caporalato». Meloni: «Non arretriamo davanti alla barbarie»
COSENZA - A tre giorni dall’omicidio dei quattro braccianti bruciati vivi in un’auto, quello che il procuratore di Castrovillari definisce «un episodio di gravità inaudita», e il questore «una barbarie inspiegabile, un fatto disumano, una crudeltà inenarrabile», ci sono alcuni punti fermi e molti ancora da chiarire nella strage di Amendolara. Due pachistani, Safeer Hahmed e Ali Raza, sono stati fermati, «gravemente indiziati», espressione mai così appropriata dopo aver visto il video che ha ripreso tutte le fasi di quello che sembra un vero e proprio agguato. Ma perché lo hanno fatto, perché ricorrere a una tale violenza all’ora di pranzo di un lunedì di quasi festa, in un distributore pieno di telecamere, lungo una statale trafficata da pendolari e vacanzieri?
«Qual è il movente? Ci stiamo lavorando», si limita a dire il procuratore Alessandro D’Alessio in conferenza stampa. L’ipotesi del caporalato? Le parole dette ai cronisti dall’unico sopravvissuto («Non ci pagavano da un mese e noi ci siamo ribellati»)? «È una delle ipotesi da verificare», aggiunge laconico il magistrato. Nel buco nero dello sfruttamento del lavoro, in una terra che conosce da tempo questa piaga e non riesce (o fa poco) per debellarla, i confini sono spesso sfumati.










