di Eugenio Lanza

Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’. Perché a pensare che questo 2 giugno sono 45 anni che non ci sei, un po’ mi viene il magone, e allora tanto vale parlarti direttamente.

E confessarti che questa triste ricorrenza mi fa così male anche perché non ti ho mai incontrato. Non t’ho mai potuto dire che avrei voluto un amico come te, e oggi non posso dirti che nel ‘79 avevi ragione, quando proferisti parole pesantissime durante un concerto. “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera”.

È vero, non ci sono riusciti. Anche se tu, delle cose sbagliate di quell’Italia, conoscevi anche quelle occulte.

Sapevi dove si trovasse la sede della P2 prima che venisse scoperta, e che il suo maestro venerabile fosse l’ex direttore commerciale della Permaflex Licio Gelli, tanto per dirne una. Sta di fatto che l’8 gennaio del 1979 venisti scagliato contro il guard-rail da un fuoristrada che correva contromano, e ti salvasti per miracolo, all’interno della tua amata Volvo. Ditta da cui ti affrettasti a ricomprare un nuovo modello, che divenne la tua ultima casa quando alla fine un altro “incidente” riuscì ad esserti fatale. Ma io voglio ricordare quel che sei stato prima.