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Rossella Burattino

Il direttore creativo, originario di Napoli: «Mi piace fare la fila alla gelateria Concordia, vado da solo ai Giardini Indro Montanelli con i miei cani. L'addio a Gucci nel 2025: «Da allora ho avuto diversi colloqui, non ho trovato il progetto che sento davvero mio». Ho diversi progetti, dalla mostra al Pac a un libro

Milano continua a correre, a produrre immagini, eventi, inaugurazioni, settimane della moda e del design. Ma sotto la superficie scintillante del sistema del lusso qualcosa sta cambiando. Sabato De Sarno, 43 anni, osserva questo passaggio cruciale della città da una posizione privilegiata: quella di chi nella moda ha attraversato ogni livello possibile, partendo dal basso, senza scorciatoie. Dopo Prada nel 2005, Dolce & Gabbana, Valentino e infine Gucci fino al 2025, oggi è considerato uno dei direttori creativi più richiesti dalle grandi maison internazionali. Il prossimo passo deve ancora arrivare: «Ho avuto diversi colloqui, ma non ho trovato, al momento, un progetto che sento davvero mio».La sua storia parte da Napoli e arriva nel capoluogo lombardo a vent’anni. Che cosa ricorda di quel periodo? «Mi ero iscritto all’Istituto Secoli e per mantenermi lavoravo come cameriere. Dopo un anno ho lasciato la scuola perché Prada mi ha preso come assistente. Da lì è iniziato tutto. Ho fatto ogni passaggio possibile: stagista, modellista, fino alla direzione creativa. Era il mio sogno e, pur di lavorare nella, moda sarei entrato anche in una piccola sartoria sconosciuta». Che cosa le ha dato Milano? «Sono molto legato a Napoli, ma qui ho scoperto chi sono davvero. È un luogo che lascia libertà. Non giudica, ti permette di costruirti. Anche quando vivevo a Roma mi sentivo milanese». Oggi la città detta ancora le tendenze internazionali o segue un mercato sempre più globale? «Ha ancora una voce forte perché riesce a intercettare i cambiamenti prima degli altri. Però oggi tutto è globale, veloce, immediato. La vera sfida è mantenere autenticità e osservare i giovani». Che cosa pensa del cosiddetto lusso accessibile dei grandi marchi? «Oggi soltanto l’un per cento entra in boutique e acquista davvero i capi più importanti, cappotti o borse. Tutti gli altri scelgono cappellini, T-shirt, oggetti più piccoli costruiti per essere desiderabili. Continuiamo a chiamarlo prêt-à-porter, ma spesso non lo è più davvero. Così il brand rischia di perdere identità e di snaturarsi». Il concetto di «opulenza» sta mutando? «Le aziende stanno cambiando approccio. Si sta abbandonando la costruzione artificiale dell’immagine per tornare al significato reale delle cose: qualità, esperienza, know-how, storie credibili. È una trasformazione già in corso». Il lusso è ancora sinonimo di esclusività? «Quell’idea non mi è mai appartenuta. Pensare che qualcosa abbia valore soltanto perché accessibile a pochissime persone non mi interessa. Sono per l’inclusività. Cerco la semplicità nel suo valore più alto e mi interessa soprattutto l’esperienza umana». Anche nelle scelte quotidiane il suo approccio sembra distante dall’ostentazione. «Sempre. Quando scelgo un ristorante mi interessa chi lo gestisce, lo scambio che può nascere. Amo andare da Giacomo in via Sottocorno, fare la fila alla gelateria Concordia il sabato pomeriggio, prendere un cocktail in piedi in via Melzo con gli amici. Vado da solo ai Giardini Indro Montanelli con i miei cani. Soltanto perché lavoro nella moda non significa che io debba vivere dentro un’immagine costruita». Che cosa definisce davvero il lusso? «È un concetto mobile. Non l’oggetto in sé. Diventa lusso attraverso la creatività, il taglio, i tessuti, il pensiero che c’è dietro». Le nuove generazioni vivono la moda in modo diverso? «Sì, cercano libertà, identità, possibilità di esprimersi. Oggi esistono nuovi linguaggi e nuove figure creative». Quanto incidono i social sul sistema fashion? «Hanno reso tutto più visibile e immediato. A volte troppo. Per anni si è costruita un’estetica basata sulla ricerca di visibilità. Oggi si sente il bisogno di tornare a narrazioni vere, non costruite». Si parla spesso di community: lei ci crede? «Credo nel confronto reale. Si lavora troppo spesso in solitudine. Le idee forti nascono sempre da più punti di vista». Si sente soddisfatto della sua carriera? «Sì. Ho lavorato in aziende straordinarie e ho sempre cercato di rispettarne i codici senza perdere me stesso. Nei lavori del passato mi riconosco. Vedo me stesso». In questo momento a cosa si sta dedicando? «Il 12 giugno inaugurerò al Padiglione d’Arte Contemporanea in via Palestro la mostra “Eravamo notte, ora siamo giorno”. Sto lavorando a diversi progetti, tra fotografia, design e scrittura. Ho ideato “Napoli Infinita”, un esperimento editoriale e visivo che invita a entrare nel mutevole mondo della città partenopea». Quali sono oggi i suoi riferimenti artistici? «Mi interessa il PAC per il rapporto diretto con il presente. Poi la Triennale, che resta un punto fondamentale per arte e design. E le gallerie, da Lia Rumma a Raffaella Cortese fino a Zazà: luoghi dove si incontra la ricerca contemporanea». C’è un quartiere a cui si sente particolarmente legato? «Porta Venezia. È viva, libera, piena di incontri. Collaboro anche con “Orgoglio Porta Venezia”». Come si protegge la passione in un sistema così competitivo? «Con il coraggio. Bisogna lasciarsi andare anche quando fa paura. Perché la creatività esiste soltanto se si resta fedeli a se stessi». E la moda? «Mi interessa ancora. Tantissimo. E quindi voglio trovare il posto giusto per me».Nel frattempo, De Sarno continua a muoversi tra linguaggi diversi: dalla fotografia al design, fino alla scrittura. Un percorso che aveva già condiviso il 27 maggio scorso durante il «Fashion Talk» organizzato da Rcs e Ied, dove aveva sintetizzato così questa stagione di creatività contemporanea: «Non manca il desiderio. Manca chiarezza». rburattino@corriere.it@rossella_burattino