“Siamo in un momento straordinario per la ricerca di esopianeti. Ma siamo solo all’inizio e arriveranno ancora molte sorprese”. Lo dice con convinzione lo scopritore del primo eospianeta, confermata il 12 ottobre del 1995: Michel Mayor, oggi 84enne, diede quell’annuncio per la prima volta in Italia, a Firenze, a un convegno di astrofisici. E ora lo scienziato svizzero, Nobel per la Fisica 2019, è in visita in Italia per un tour, in cui ha visitato i Laboratori di Fisica del Gran Sasso, in Abruzzo. Un tour, ospite del GSSI e Fondazione Gran Sasso Tech, durante il quale è stata anche avviata la seconda edizione della scuola di scienza e astrofisica “SpaceRaise”. “Non vedevo l’ora di visitare i Laboratori: è uno dei luoghi sotterranei di fisica delle particelle più prestigiosi al mondo”, dice Mayor. Lui ha dedicato la vita all’astrofisica: una passione coltivata sin da bambino. Oggi si dedica a preziose consulenze in campo astrofisico e a raccontare la sua vita e la carriera che l’ha reso celebre. Ha insegnato al Dipartimento di Astronomia dell'Università di Ginevra e, dopo aver studiato Fisica all'Università di Losanna, proseguì il suo dottorato in astronomia all'osservatorio di Ginevra nel 1971. In seguito, lavorò anche all'osservatorio di Cambridge, allo European Southern Observatory (ESO), in Cile. Non è un caso che il suo ufficio, sempre all’Osservatorio Astronomico di Ginevra, immerso tra i boschi, si trovi nella “Chemin Pegasi 51 b”: proprio il nome di quel primo pianeta (un gigante gassoso simile a Giove) scoperto all’osservatorio de Haute-Provence. Il nome di Mayor è, e sarà sempre, legato alla ricerca dei pianeti attorno ad altri sistemi solari. Fino a poche settimane fa, quelli conosciuti e catalogati erano oltre 6.200. E il numero è destinato a crescere. Altri 8.000 sono candidati, dopo le verifiche da parte degli astronomi, ad aggiungersi ad una lista che promette di essere se non infinita, quasi. Un fatto è certo: solo nella nostra Galassia ve ne sono miliardi. Sono, però, pochi quelli individuati che hanno le caratteristiche di “abitabilità”, in grado di ospitare forme di vita non solo biologica, ma anche complessa. Professor Mayor, a che punto è, oggi, la ricerca sugli esopianeti? “E’ un momento davvero eccezionale. Questa è la nuova, grande sfida dell’astronomia moderna e, grazie allo sviluppo di nuovi e sofisticati strumenti, possiamo dire di essere solo all’inizio di grandi scoperte”. A quali strumenti si riferisce? “Sicuramente al JWST, il James Webb Space Telescope: ha un enorme potenziale nell'analizzare la composizione chimica delle atmosfere planetarie durante il transito dei pianeti stessi. E’ ciò che definiamo un passo importante per l'individuazione dei biomarcatori”. E gli osservatori sulla Terra? “Si sta costruendo l'E-ELT, un telescopio da 39 metri nel deserto di Atacama. Di gran lunga il più grande telescopio mai realizzato. Possiede strumenti simultanei, che combinano un'elevata risoluzione angolare e, quindi, un’ottica adattiva e un’alta risoluzione spettrale”. E in un futuro un po’ più lontano? “Il futuro a lungo termine prevede di combinare un telescopio da 39 metri dalla struttura dispiegabile a “petali”, con una missione spaziale, dalla sigla HOE: si tratta di un satellite che avrà un grande schermo stellare in combinazione con i grandi telescopi terrestri di prossima generazione. Un accoppiata che prevede grandi cose”. Questa missione è considerata “strategica” per la scoperta degli esopianeti? “Sì, perché la tecnologia che permette di dispiegare una struttura grande decine di metri, e allineata con precisione assoluta rispetto a un telescopio sulla Terra, è determinante per la ricerca degli esopianeti. Ma, ovviamente, nel frattempo, ci attendiamo sorprese anche dallo stesso Webb e da missioni come Plato”. Si parla spesso di possibili pianeti quasi “gemelli” della Terra: quanto è accurata questa definizione? “Non proprio gemelli. Sono stati scoperti pianeti rocciosi nella zona abitabile ospitati da stelle con massa inferiore rispetto alla Terra. Ad esempio Trappist 1, uno dei sette esopianeti che orbitano attorno a una stella simile al nostro Sole, a 39 anni luce da noi, è considerato tra i più adatti a ospitare la vita. Comunque, è proprio questo l’obiettivo principale della frontiera degli studi astronomici sugli esopianeti. Li cerchiamo e, tramite tecnologie collegate alla spettroscopia, si possono osservare pianeti più simili al nostro. Il loro segreto è nella fascia di abitabilità, quella ideale per far sì che si sviluppino anche forme di vita. Trappist 1, comunque, è molto interessante ed è quello che si avvicina di più a un pianeta simil-terrestre. Ma siamo solo agli inizi delle ricerche”. A proposito di fascia di abitabilità, sono stati scoperti pianeti rocciosi con acqua? “Si, anche molti. Dalle stime pensiamo che un sistema planetario su cinque abbia un pianeta roccioso nella zona giusta. Comunque, a oggi, non sappiamo se possano ospitare forme di vita”. Il Programma Artemis punta a riportare l’uomo sulla Luna e a creare una base: pensa che sia utile collocarvi un radiotelescopio per cercare esopianeti? "Sì, certo. Ritengo che sia molto interessante collocare un radiotelescopio sul lato nascosto della Luna. E’ una posizione favorevole, poiché quella parte del nostro satellite naturale è protetta da radiazioni e da onde radio terrestri. Non saprei, però, se un’iniziativa come questa possa rientrare nel programma SETI, che è ottimo, ma che, purtroppo, non sta ricevendo i finanziamenti necessari”. Pensa che l’Intelligenza Artificiale sia utile per la caccia ai pianeti extrasolari? “E’ possibile. L'IA può essere utilizzata per cercare di estrarre piccoli segnali planetari nelle curve di transito e registrare segnali molto piccoli dalle atmosfere di questi pianeti”.
Il Nobel della Fisica Mayor: “Si apre una nuova era per la caccia agli esopianeti”
Telescopi spaziali e terrestri di ultima generazione, anche combinati: così diventa possibile analizzare le atmosfere e individuare possibili tracce di vita. E…
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