Se avesse 60 anni in meno e incominciasse ora a fare politica, Sergio Mattarella si batterebbe anzitutto contro la denatalità. Solleciterebbe iniziative a sostegno delle famiglie. Metterebbe al centro il capitale umano insidiato da intelligenza artificiale e robot. Il presidente lo ha confidato in una conversazione con alcuni giovani proposta dalla Rai per il 2 giugno. Si è parlato di grandi questioni come la pace, il diritto internazionale, il clima, lo spazio, ma anche di democrazia, di inclusione, di accoglienza e lavoro. Ovviamente Mattarella ha volato alto; si è aggrappato ai principi della Costituzione «casa comune», come ha detto in un messaggio alle Forze armate; e tuttavia, pur con le cautele imposte dal ruolo, il presidente si è sbilanciato con giudizi e ricordi, anche personali. Ad esempio di quando per la prima volta si recò a votare nelle elezioni del 1963. Ne fu molto preso, provò un sentimento di orgoglio. L’affluenza raggiunse allora il 93 per cento, oggi circa la metà. Questa disaffezione si spiega, secondo Mattarella, con l’«attenuarsi, qualche volta il venir meno, del confronto ravvicinato tra cittadini e istituzioni». Tradotto: i politici non dialogano più con la gente, perlomeno non abbastanza. Servirebbe meno propaganda e un rapporto più stretto con i rappresentanti del popolo (chissà se la nuova legge elettorale ne terrà conto).