La felicità è realizzare sa stessi. Ed è una montagna da scalare. Carla Pianetti e Rosa Cantore sono la testimonianza vivida di questo assioma. Oggi suggellano il loro amore con una unione civile celebrata dall’assessore Francesca Pugliese, in Municipio a Gioia. Una felicità prorompente, una personalità fortissima. Carla ha subito un intervento chirurgico di vaginoplastica. Nato maschio, oggi è a tutti gli effetti una donna, anche all’anagrafe. Ha un nuovo codice fiscale. Ma non è stato semplice arrivare fin qui. Non lo è stato né per Carla né per Francesca.

«Guardi, oggi a me piace esibire il mio corpo da donna, amo essere donna, ho combattuto aspramente per questo ed ora ne vado fiera», spiega Carla. Non è semplice avere il coraggio di esibire le proprie scelte esistenziali dinanzi ad una società che spesso storce il naso, se non ti umilia addirittura. «Mi hanno chiamata in mille modi, “ricchione”, “trans”, “frocio”, ma questo non mi fa né caldo né freddo. Io nemmeno sapevo cosa significasse la parola frocio. Io mi sentivo donna e basta». Nasce e lo chiamano Carlo succedeva 64 anni fa. «Mia madre desiderava tanto avere una femmina, sin dalla gravidanza. Una donna straordinaria che aveva compreso tutto. Non voleva un maschio, voleva una femminuccia. Da bambina mi vestiva da donna, perfino con i calzettoni rosa. Andavo a scuola con il grembiule bianco non blu». Nasce ad Altamura dove vive la sua infanzia. Poi si trasferisce con la famiglia a Santeramo e da qui a Gioia dove vive tuttora. «No, uomo non mi piaceva, non mi sentivo uomo dentro me. È esistito Carlo perché mi hanno fatto credere che esistesse. Io ho sempre creduto che Carlo fosse solo un percorso che mi avrebbe condotto ad essere Carla. Perché, mi chiedevo, devono per forza farmi credere di essere Carlo per tutta la vita?». Da bambina, Carla non ha mai giocato con pistole e soldatini ma con le bambole. E poi, si cresce in una società che non riesce a comprendere che le scelte diverse vanno rispettate e accolte. Ne subisce di tutti i colori. Dalla repressione al bullismo, le cattiverie sono tante. Carla è testarda. Deve vincere la battaglia della vita. Fino ad una sera. Carla e Rosa vivono già insieme ma quella sera, l’unica, va da sola senza la sua Rosy ad una festa di compleanno. Rientra a casa nel borgo antico di Altamura. In una stretta stradina, un branco di 3 o 4 individui l’aggredisce e la stupra. Sono botte da orbi. «Non avevo ancora subito gli interventi chirurgici, ero ancora transessuale. Erano le 4 del mattino in inverno. Ho preso botte e poi sono stata violentata per terra. Fu una notte orrenda. Qualcosa di indimenticabile». Le chiediamo se voglia evitare questi particolari, nel racconto di una conquista e di una storia d’amore. «No, voglio dirlo perché è liberatorio, tutti devono sapere, sono fiera di ciò che ho fatto». Continua: «Ero nella fase di transizione, avevo già il seno ma non avevo ancora subito l’intervento più importante alla sfera genitale. E devo ringraziare il cielo perché se subissi oggi una violenza sicuramente rischierei la vita perché la mia vagina è estremamente delicata. Mi sentii afferrare da dietro, pensavo ad uno scherzo invece era la tremenda verità. Parlavano in dialetto di Altamura. Non so chi siano, ho presentato denuncia contro ignoti ma l’hanno fatta franca. Non c’erano videocamere». Quella violenza la segna. «Sono stata male per mesi. Poi mi guardai allo specchio e dissi: Carla non ti fermare, continua la tua transizione, non saranno questi balordi a fermare la tua femminilità». Il percorso è stato durissimo, durato anni. Dapprima psicologico poi anche psichiatrico. «È come essere sbattuti di fronte al muro, sei continuamente ad un bivio in quei colloqui. Ogni colta ne uscivo in a quei colloqui uscivo in lacrime. Poi è arrivato il momento: sono stata operata dal prof. Bettocchi e dal prof. Selvaggi a Foggia e anche loro mi dissero: Carla eri già donna dentro di te. Se ho superato lo stupro lo devo a loro».