di
Daniele Manca
Un racconto in cinque puntate: dalle firme storiche alle nuove tecnologie
«Centocinquantapuntozero, dovremmo chiamarla così». La voce di Tommaso Pellizzari, che chi ascolta i podcast del Corriere conosce bene, è quella tranquilla di chi sa che il compito non è semplice. La scommessa è usare lo strumento di comunicazione più comune, la voce, per riuscire a far capire quanto, da quel primo numero del 5 marzo 1876, i valori del Corriere si siano spalmati grazie alla tecnologia, come dice il direttore Luciano Fontana, su numerose piattaforme.Il quotidiano di carta da cui tutto origina che si moltiplica oggi sul sito, sulle edizioni replica per tablet e smartphone, newsletter, canali web dedicati, e ancora: la web tv, gli eventi fisici, i format televisivi, gli intrecci con le piattaforme digitali di distribuzione, da TikTok passando per Instagram, Linkedin e Facebook.Le centinaia di eventi fisici dal «Tempo delle donne» all’«Economia del Futuro», gli incontri a teatro e in redazione nella mitica Sala Albertini di Via Solferino 28, palazzo che grazie all’editore Urbano Cairo è tornato a essere proprietà e cuore del quotidiano.Un viaggio con la voce, con i podcast, evoluzione moderna della tradizione orale sulla quale si sono costruite civiltà e comunità, per raccontare «il futuro dal cuore antico» di un giornale, come si dice nell’introdurre questa serie in 5 puntate intitolata «150.0 Corriere Startup».Il 23 ottobre del 1956 scoppia a Budapest una delle prime rivolte in quello che era un tempo il blocco sovietico. Nella capitale ungherese Egisto Corradi, inviato del Corriere, era arrivato ai primi di novembre, quando i carri armati i sovietici avevano ripreso il controllo del Paese.Il lavoro degli inviati viene messo sotto il controllo della censura russa. Ma Corradi chiama l’ufficio dei dimafonisti, che raccoglievano la dettatura dei pezzi degli inviati, e dice: passatemi Micconi che detterò in dialetto. Corradi era di Parma come Micconi che era appena arrivato alla redazione degli Interni. L’episodio lo racconta Giangiacomo Schiavi, che rivela come quello dettato in dialetto fu il primo articolo che riuscì a sfuggire alla censura sovietica.La voce, ancora la voce, che oggi permette di ascoltare tutti gli articoli grazie all’intelligenza artificiale e che probabilmente porterà ad ascoltare gli articoli con le voci di chi li ha scritti.APPROFONDISCI CON IL PODCASTTutto questo perché nel mondo del giornalismo, dei giornali, dei media, esiste un solco profondo tra il prima e il dopo il digitale. La cesura risale più o meno alla fine del secolo scorso. Quando cioè termina quello che Beppe Severgnini nella seconda puntata chiama «il giornalismo strada a senso unico».Con l’avvento di Internet, dal monologo si passa alla conversazione. Come dice Aldo Cazzullo, che oggi tiene la pagina delle lettere che fu di Indro Montanelli: il dialogo con i lettori andava aperto. Un tempo i lettori facevano domande. Ora magari semplicemente vogliono dire la loro.Ma il panorama dei media così è andato frammentandosi. I giornali capiscono che è finito il tempo nel quale i lettori andavano ai quotidiani recandosi in edicola.I media devono andare a cercare i lettori. E devono farlo su ogni piattaforma tecnologica che distribuisca contenuti. Si chiami TikTok o X. E i contenuti che nascono all’interno del sito Corriere.it - spiega nel podcast Davide Casati che è il caporedattore del sito - vanno declinati per le piattaforme.Il passaggio concettuale nell’era digitale è che i contenuti distribuiti perdono l’aggancio con il resto del panorama informativo. Non hanno il contesto della pagina di giornale, o persino dell’home page che fornisce quel contesto o una gerarchia tra notizie più o meno importanti.I lettori accedono attraverso piattaforme che smembrano l’orizzonte dell’informazione. Il metro che i media usano per comprendere la propria rilevanza è sì quello dell’acquisto e dell’abbonamento ma si aggiunge l’engagement. Vale a dire il tempo che si riesce a tenere legata l’attenzione degli utenti. Quanto si riesce a far percepire la profondità dell’offerta dei media rispetto ad altre piattaforme di distribuzione di contenuti.Oltre al giornale di carta arrivano così le newsletter, l’esempio più di successo di questa nuova era digitale assieme ai podcast. Con una doppia funzione. Una la spiega Gianluca Mercuri, caporedattore della Digital edition che cura tra l’altro «Prima ora» la newsletter che alle 6 del mattino i lettori del Corriere trovano nella loro casella mail. Si cuciono le cose che sono successe, gli si dà una connessione, un senso.La seconda grande opportunità è la possibilità di ricostruire quel senso di comunità che aveva caratterizzato l’affezione e la lettura di un giornale. In un mondo dove, come spiega Federica Seneghini, responsabile Social del Corriere, il tempo di attenzione su piattaforme come Tik Tok è sceso a 3 secondi (tre) ricostruire il mondo attorno ai lettori non è facile.Si deve passare dalle passioni, ma anche e soprattutto dal servizio come le newsletter dell’economia, o le «Lezioni del Corriere» inventate dal vicedirettore Giampaolo Tucci. Con un obiettivo: quelle comunità che un tempo erano solo fisiche adesso sono anche digitali. E tornano fisiche tramite gli eventi.Ecco quelli dedicati ai 150 anni del Corriere e curati da Venanzio Postiglione, vicedirettore e oggi direttore di Sette. La redazione Economia del Corriere ne organizza a decine in lungo e in largo per l’Italia. A marzo raccoglie i mille champions, le imprese migliori del Paese in Borsa per «Italia genera futuro».A giugno la riflessione sull’ambiente con Pianeta 2030. A novembre «Economia del futuro». E poi il piacere del cibo con gli incontri di Cook. La passione civile della Civil Week di Buone Notizie. Per arrivare a quello che rimane l’appuntamento più emblematico: «Il Tempo delle donne».È Valeria Perdonò, attrice e voce narrante delle 5 puntate di «150.0» che racconta come a settembre il rapporto tra il Corriere e la sua comunità si faccia più stretto e partecipato grazie al «Tdd». Nato da un’idea della condirettrice Barbara Stefanelli, riesce grazie a un palinsesto ricco e gioioso a mescolare studiosi e artisti, con l’obiettivo - spiega - di sperimentare incontri, conoscenze, shakerando età, esperienze, storie.In una parola: «innovare», che è quella che lega tutto l’agire del Corriere. E che si ritrova nelle cinque puntate del podcast «150.0 Corriere startup».






