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Giovanni Spadolini (Ansa)
Caro Carlino,ho letto con vivo interesse la lettera del signor Tino Zucchini e la altrettanto stimolante risposta del capo della redazione Cristiano Bendin. Da segretario regionale del PRI dell’Emilia-Romagna, sento il dovere e l’orgoglio di intervenire in questo dialogo che tocca le corde più profonde della nostra identità storica e civile. Il manifesto della Regione ricorda un primato sacrosanto: la nostra terra fu la più repubblicana d’Italia il 2 giugno 1946. Ma, come ha giustamente rilevato il signor Zucchini, quel record non fu un indistinto blocco monocolore. Fu, in larghissima parte, il culmine di un’idea di libertà che in Romagna si respirava da un secolo e che aveva nell’Edera il suo custode più fiero. Se la media regionale sfiorò il 77%, fu grazie a picchi travolgenti come quello della provincia di Ravenna, dove il “Sì” alla Repubblica superò l’88%, e in particolare del Comune di Ravenna, che con un monumentale 91,2% registrò la percentuale a favore della Repubblica più alta d’Italia tra tutti i capoluoghi. Un plebiscito assoluto, che non ebbe eguali nel Paese. Mentre altre forze politiche arrivarono alla scelta istituzionale attraverso calcoli tattici o dopo aver a lungo guardato a modelli estranei alla democrazia occidentale, per i repubblicani romagnoli la Repubblica era l’approdo naturale, sognato e pagato a caro prezzo fin dal Risorgimento. È il mazzinianesimo che ha innervato le nostre terre di cooperative, case del popolo e associazionismo, offrendo un’alternativa concreta e democratica alla dottrina della lotta di classe. Se il signor Zucchini ha ricordato la figura di Randolfo Pacciardi, l’eroe antifascista e Ministro della Difesa che pagò con l’emarginazione la sua fiera opposizione al comunismo, Bendin ha giustamente evocato un altro gigante della nostra storia: Giovanni Spadolini. Per noi repubblicani, ma lasciatemi dire per la cultura italiana intera, Spadolini rappresenta l’incarnazione della politica intesa come altissimo servizio civile, cultura e rigore morale. Il fatto che abbia guidato il Carlino per tredici anni, rilanciandolo prima di diventare il primo Presidente del Consiglio non democristiano della storia repubblicana, è il segno di un legame indissolubile tra questo giornale, la nostra regione e la grande tradizione laica e democratica. L’accenno a Spadolini e a Guido Carli nel consiglio comunale di Comacchio solleva un tema oggi cruciale: la qualità della classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica. Figure di quel calibro intellettuale prestate alla politica, capaci di sedere nei piccoli consigli comunali così come nei palazzi di governo con la medesima dignità e competenza, ci ricordano per contrasto il profondo decadimento del confronto e dell’etica della politica odierna. In quegli anni si coltivava il vero “lessico della Repubblica”: un linguaggio istituzionale alto, fondato sul rispetto dell’avversario e sulla sacralità delle istituzioni. Oggi assistiamo invece a uno svilimento della parola pubblica, dove lo scontro verbale ha sostituito la dialettica ideale e l’etica della responsabilità è troppo spesso subordinata al consenso immediato. Quella stagione politica, con tutti i suoi limiti storici, era una scuola di formazione permanente dove il merito e lo spessore culturale erano precondizioni irrinunciabili per la rappresentanza. Oggi, celebrare il voto del 1946 significa proprio non appiattire la memoria e recuperare quel rigore morale. La Repubblica è nata plurale. Ringrazio il signor Zucchini e Bendin per aver ricordato ai lettori che se l’Emilia-Romagna detiene quel primato, lo deve alla coerenza e alla passione dei repubblicani di Romagna. Grazie e un saluto,Eugenio Fusignani






