Intanto il capo del Pentagono Pete Hegseth avverte che “l’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa dei Paesi ricchi è finita”
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L’Asia, schiacciata dalla contrapposizione tra Cina e Stati Uniti e da un possibile abbandono del supporto Usa come in parte visto in Europa, prova ad imbroccare una terza via. Mentre il presidente cinese Xi Jinping in occasione dell’incontro di metà maggio a Pechino con il suo omologo statunitense ha proposto a Donald Trump una “relazione costruttiva di stabilità strategica” che spaventa gli alleati di Washington nell’Indo-Pacifico (Taiwan in primis), i Paesi asiatici - considerati, citando liberamente Manzoni, vasi di terracotta costretti a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro - cercano di fare fronte comune e si preparano ad una sfida dalle implicazioni globali. I tentativi di affrancamento delle nazioni asiatiche sono in corso già da tempo. Come riferisce la Reuters, i Paesi dell’Indo-Pacifico sono impegnati in una corsa agli armamenti sia a livello nazionale che transnazionale e, a margine dello Shangri-La Dialogue, il forum annuale sulla difesa in Asia andato in scena in questi giorni a Singapore, i capi della Difesa regionale e gli ufficiali militari hanno chiarito all’agenzia britannica che i loro Paesi stanno cercando di intensificare la collaborazione reciproca, al di là del tradizionale ombrello americano.“Tutti i ministri della Difesa qui presenti sono unanimi nella necessità di potenziare in modo agile e rapido le proprie capacità di difesa individuali”, ha dichiarato il ministro della Difesa delle Filippine Gilberto Teodoro. Il rappresentante di Manila ha precisato che si tratta di un “rafforzamento” del ruolo tradizionale degli Stati Uniti, in contemporanea con l’intensificazione dei legami di difesa delle Filippine con partner come Giappone, Australia, Canada e Nuova Zelanda.Le parole di Teodoro hanno trovato eco nelle dichiarazioni rilasciate dal suo omologo giapponese, Shinjiro Koizumi, il quale, pur sostenendo che l’impegno di Washington sia “incrollabile”, ha affermato che Tokyo mira a fungere da “punto di collegamento” per una più stretta cooperazione regionale. Koizumi ha infatti spiegato al forum di Singapore che “il Giappone sarà ancora più proattivo nella cooperazione in materia di equipaggiamenti per la difesa” e che “il nostro obiettivo è garantire che ogni Paese disponga delle capacità necessarie e renderle disponibili quando servono”.Il rappresentante della Difesa di Singapore Chan Chun Sing ha chiarito che nell’attuale contesto “dovremmo… sviluppare partenariati flessibili con Paesi che condividono i nostri stessi ideali, formando coalizione di nazioni capaci e disposte a collaborare”. Un appello di fatto raccolto, ad esempio, dal Canada che, attraverso il suo capo di Stato maggiore della difesa Jennie Carignan, ha confermato che Ottawa sta ampliando la sua presenza nella regione, cooperando con il Giappone, le Filippine e l’Indonesia. Anche la Nuova Zelanda intanto cerca di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e starebbe valutando seriamente di sostituire le sue vecchie fregate di classe ANZAC con navi giapponesi e britanniche.La necessità di un riposizionamento dei Paesi asiatici all’epoca dell’America First è stata ancor più resa evidente dall’intervento del ministro della Guerra Usa Pete Hegseth che, sabato, allo Shangri-La Dialogue ha dichiarato che “l’era in cui gli Stati Uniti sovvenzionavano la difesa delle nazioni ricche è finita”. Il capo del Pentagono ha affermato inoltre che i Paesi della regione devono competere per l’attenzione statunitense e che l’aiuto americano è condizionato. Trump, ha detto l’ex anchorman di Fox News, “crede nell’aiutare i Paesi che si aiutano da soli”.













