Nel 1988 l’attrice Doris Duranti tornò in Italia per promuovere il libro Il romanzo della mia vita e si fermò a Roma per qualche settimana prima di tornare a Santo Domingo, dove s’era stabilita dopo la guerra per evitare rivalse e ritorsioni dopo la caduta degli dei. Aveva infatti perfettamente incarnato la figura della “diva di regime”, essendo stata l’amante del ministro della cultura popolare Alessandro Pavolini dal 1940 fino all’aprile del 1943, quando venne giustiziato a Dongo insieme ad altri gerarchi poi finiti appesi con Mussolini e Claretta Petacci nella macabra esposizione di piazzale Loreto. Pavolini, benché provenisse da una famiglia di preziosi intellettuali fiorentini, fu da subito squadrista fanatico e intransigente, sodale di Galeazzo Ciano, giornalista, segretario del Partito Fascista Repubblicano a Salò, inventore delle Brigate Nere, la milizia composta da iscritti al partito, che si distinse in atrocità e repressioni varie.Nel 1988 molta acqua era passata sotto i ponti e la presenza di Doris Duranti (che pure aveva fatto qualche film in Italia negli anni 50 prima di abbandonare la carriera) non accendeva più gli animi. Ci tenevo a incontrarla perché avevo qualcosa di molto personale da riferire, qualcosa che risaliva a molti anni prima e che non potevo che dirle di persona.L’8 settembre 1943, mio padre si trovava a Porta San Paolo a Roma come ufficiale dei Lancieri di Montebello. Il suo reggimento, insieme ai Granatieri di Sardegna e altri corpi, faceva parte della 135ª Divisione cavalleria corazzata “Ariete” al comando del gen. Raffaele Cadorna che, in assenza di ordini (le alte gerarchie militari e politiche se l’erano data a gambe assieme al Re) decise di rispondere al fuoco tedesco e di impedire l’occupazione della città. Gli scontri decimarono il reggimento e mio padre dovette attraversare le linee e riparare al Sud, a Monopoli, in provincia di Bari dove fu arruolato nel Soe (Special operations executive) e addestrato per essere paracadutato al Nord sotto falsa identità e svolgere attività clandestina come ufficiale di collegamento fra gli alleati e il ClnaI (Comitato di Liberazione Alta Italia). Sapevo queste cose attraverso i racconti di mia madre (mio padre è morto quando avevo 8 anni) e solo in epoca relativamente recente ho potuto verificare alla fonte negli archivi inglesi di Kew Gardens dopo che i relativi fascicoli sono stati de-secretati (per la cronaca quello che riguarda mio padre è il numero HS 9/586/6, di pubblico dominio dal 2013). In quei faldoni c’erano molte cose importanti e, per me, anche molto toccanti e sorprendenti. Molte ma non tutte.Quello che gli archivi non potevano sapere lo seppi da mia madre un giorno che era in vena di confidenze. La notte fra il 25 e il 26 aprile del 1945, mentre Milano veniva liberata, i tedeschi evacuavano in fretta e furia e gli alleati stavano per arrivare, un gruppo di partigiani e finanzieri al comando di Alfredo Malgeri e Riccardo Lombardi, allora esponente del partito d’Azione, entrò nella prefettura appena abbandonata dai fascisti in rotta verso il lago di Como (Mussolini vi aveva il suo quartier generale e un alloggio di fortuna). Mio padre aveva l’ordine di requisire tutto il materiale compromettente, in particolare le schedature e le denunce anonime, i dati personali (le spiate, insomma) e quant’altro potesse dar vita a processi sommari. Sequestrò dunque questo materiale e lo mise al sicuro nella casa di famiglia a Crema. Fece bene o male? Non so giudicare col senno di poi. Fra queste carte c’era, lasciata in bella mostra sulla scrivania di Alessandro Pavolini, l’ultima lettera che il gerarca aveva scritto alla sua amante e che (mia madre non sapeva come dirlo e nemmeno che parole usare) aveva irrorata col suo sperma come estremo saluto.«Che fine ha fatto questa lettera?», chiesi subito. Disse che l’avevano bruciata per non alimentare curiosità scandalistiche e morbose. Quando seppi che Doris Duranti stava per tornare in Italia decisi di incontrarla comunque e raccontarle tutto.A Roma la Duranti era ospite di Isarco Ravaioli, un attore col quale aveva lavorato in passato e che le era restato amico. Ravaioli era un personaggio piuttosto eccentrico e lo si vedeva a passeggio per i Parioli tenendo al guinzaglio un ocelot. Questo ocelot (Leopardus pardalis, secondo Linneo), per quanto addomesticato e trasformato in animale da compagnia, conservava istinti aggressivi e aveva graffiato la gamba dell’ospite in modo non trascurabile. L’incidente non aveva fatto perdere il buonumore a Doris Duranti che fu con me molto affabile e, se non sembra dettaglio civettuolo, perfino seduttiva non avendo perso nulla, malgrado i settanta e più anni, dei suoi modi da diva e donna da sempre corteggiata. Era noto che Mussolini disapprovasse i gerarchi che se la spassavano con le attrici e avesse imposto a Pavolini di darci un taglio. Questi fece proiettare a villa Torlonia il film Il re si diverte, al termine del quale il duce dovette ammettere che il suo ministro aveva le sue ragioni. Queste cose erano scritte nell’autobiografia, ma Doris Duranti me le ripeté nel corso della nostra conversazione. Mi disse anche che, dopo l’esecuzione di Pavolini, aveva tentato il suicidio salvandosi per miracolo e, dopo essere riparata in Svizzera per sfuggire a eventuali rappresaglie, aveva deciso di traferirsi in Sudamerica. Fu allora che mi decisi a raccontarle di mio padre e della lettera ritrovata. Ne fu immensamente scossa e mi chiese di parlare con mia madre pregandomi di lasciarla sola durante la telefonata. Non ho mai saputo cosa si siano dette, né mia madre ha mai voluto dirmelo.
L’ultima lettera di Pavolini alla sua Doris
L’addio del gerarca a Doris Duranti, la diva del cinema a cui era legato. Memorie intime ricostruite attraverso un curioso intreccio tra privato e spy story






