NOALE (VENEZIA) - Qualche settimana fa, quando Madonna ha girato un video musicale a Venezia, è stato Mauro Corò di Noale a fornire i tavolini e le sedie in ferro e in formica rossa di una Piazza San Marco Anni Sessanta. Ed è stato lui a portare i banconi di una vecchia officina meccanica per il film "Enzo Ferrari". E una bottega di casoin per "Finché c'è prosecco c'è speranza", tratto dal libro di Fulvio Ervas, con Giuseppe Battiston. E il garage de "Il grande passo", quello dove Battiston e il fratello costruiscono un missile. C'è la collaborazione di Corò anche nel sorprendente "Le città di pianura". Come nella pubblicità della De Longhi e in quella con la Bmw che corre sul Canal Grande.

Corò noleggia interi negozi d'epoca nei quali anche le viti sono antiche e i misurini per l'olio e le sessole per lo zucchero sono quelli di una volta. Nei capannoni della zona industriale di Noale arrivano ogni giorno scenografi, costumisti, direttori di fotografia. Dentro c'è di tutto: le prime biciclette e quelle dei bersaglieri della Grande Guerra, i banchi delle elementari del libro "Cuore", la vecchia sedia del dentista, le macchinine delle prime giostre, oblò di carri armati, altoparlanti da campanile grandi un metro e mezzo. E insegne al neon che non ci sono più e che si accendono ogni notte. Anche le lampade del teatro La Fenice prima dell'incendio. «Questo posto è il parco dei balocchi», dice Corò, 63 anni, sposato con Patrizia da 45 anni, una figlia Elena che ha un negozio di articoli da regalo. Sono loro a mandare avanti l'azienda che si affianca al paese dei balocchi: è la "Saxum", la pietra, che monta pavimenti, scale, mobili e commercia in materiali di recupero. Collaborano con tanti artigiani locali, con scultori della pietra. Il tutto nel cuore di una delle aree industriali più famose del Veneto, dove in pochi chilometri sono nati colossi come l'Aprilia e la San Benedetto. "Saxum" è proprio di fronte alla fabbrica di moto, dai balconi sventolano ancora le bandiere esposte per i successi mondiali nel Gran Premio.Corò, come è nata la sua passione? «Vado in una casa, in una fabbrica e mi chiedono cosa farei. Propongo i materiali, gli elementi d'arredo, e creo. Sto lavorando nel Trevigiano, a distanza di vent'anni, per aziende importantissime della diagnostica dove hanno fatto un paese dentro la fabbrica per dare ai dipendenti la possibilità di una pausa pranzo serena. Ho fornito tutti i materiali. Dopo vent'anni aggiungono altri ambienti, vogliono completare la cucina con un settore per le pizze e uno per gli hamburger. Fornisco l'arredamento, mi servo di artigiani del ferro, adesso devo fare 100 sedie tutte su misura. La soddisfazione grande è proprio ritornare dopo anni per lavorare: io sono un artigiano, disegno le cose che propongo e poi devono essere realizzate. Ognuno deve seguire la sua strada e la mia strada è stata Roberto Pistorello che era un antiquario noalese con un grande gusto. È lui che mi ha attaccato questa passione. Andava in ferie a Brondolo di Chioggia da due amici anziani. Non mi è mai piaciuto andare al mare, ma quella casa aveva l'orto, prendevi le verdure per cucinare, piantavi il radicchio. Per dieci anni sono andato in ferie con lui a Brondolo. Sono rimasto legatissimo alla campagna, ho avuto un'infanzia bellissima all'aperto: mi ricordo le feste alla sera in cortile, correvi con la bicicletta fin che faceva buio. A Noale andavo al Molino a pescare il pesce gatto, la barchetta era fatta col polistirolo delle confezioni dei frigoriferi. A 13 anni ho aperto un club a casa nel deposito delle piastrelle, non c'erano soldi e dovevi usare la fantasia: insonorizzavi l'ambiente con le confezioni per le uova e con la stagnola, un po' di divanetti raccolti in giro, la consolle. Abbiamo passato cinque anni felici, siamo cresciuti tutti bene, qualche ombra, la pastasciutta a mezzanotte. Ho conosciuto allora mia moglie, a 18 anni mi sono sposato ed è nata Elena, sono entrato in una fase che cambia tutto».Per Mauro Corò come sono cambiate le cose? «Mio padre Sandro era figlio di contadini, poi ha fatto il falegname e dopo si è messo a vedere ceramiche, piastrelle, rivestimenti, pavimenti. Ci siamo trasferiti a Noale, il magazzino era nel garage, scaricavamo tutto a mano. Fin da bambino sono cresciuto in questo mondo del commercio e dell'artigianato. Mi sono iscritto a Ragioneria, ma non era la mia passione, al secondo anno ho preso la bicicletta e la gavetta e sono andato a fare il manovale a Martellago. Ma non mi bastava fare la malta, volevo fare cose sempre più complicate. Mio padre era socio in un'azienda, la Edilnova, sempre attiva, ma non aveva posto per me, voleva che prima imparassi il mestiere. Quando mi chiamò, gli risposi che volevo andare avanti con le mie gambe. Mi piaceva fare soprattutto i camini, c'era una grande richiesta: sono partito da mio zio Mario Maccatrozzo, pittore di una certa fama, che voleva un camino nella casa rurale a Cappelletta e mi aveva dato come guida Giacomo Dal Maestro, uno scrittore, maestro elementare, soprattutto il mago dei camini. Aveva anche talento per le campane, un orecchio per accordarle e lo cercavano da ogni parte d'Italia. Noale gli ha dedicato la piazzetta davanti al municipio. Era scrupoloso, disegnava tutto al millimetro. Fu un successo, mi chiamò a fare anche quello di casa sua a Pinzano al Tagliamento e mi regalò un suo libriccino: "Il prontuario del camino". Dopo qualche anno mio padre voleva andare in pensione, così affidò la Edilnova a mia sorella Sabina e a me: accettai a patto di conservare anche il mio lavoro».Parliamo del "parco dei balocchi"? «Chi viene ha il piacere delle cose vintage, antiche, rustiche, Una miriade di oggetti, di pietre. Ci sono decine e decine di migliaia di pezzi. Abbiamo dal banco del falegname al comò di un tempo, ai mobili da negozio: intere botteghe del casoin di una volta, i cassetti in vetro, le portiere, le sessole. Proprio il negozio di ieri dove si vendevano sfusi lo zucchero, la marmellata, il caffè in chicchi, l'olio Ho venduto un faro di un cacciatorpediniere americano con i messaggi Morse, i fasci di luce, gli obiettivi che si allungavano. Ho un antico casellario militare con oltre 200 caselle e una cassettiera da officina da meccanico con 200 cassetti ognuno diverso dall'altro. Quando ho ristrutturato il Fondaco dei Tedeschi a Venezia ho acquistato tutto quello che aveva accumulato l'impresa sgomberando un magazzino. Il lampadario delle vecchie Poste era lungo quattro metri, tutti vetri color ambra; ho comprato 110 porte, ognuna con un suo codice».Che oggetti le piacciono di più? «Mi piacciono molto i giocattoli, le macchine delle giostre. C'è la piccola Lamborghini Miura dove salivo da bambino. Ci sono le Orovie del Monte Cristallo, ma anche macine in marmo rarissime che pesano 37 quintali di marmo bianco per frantoio di olive. Molte cose non le vendo, è un difetto mio innamorarmi di quello che compro. Facciamo noleggi, scenografie, allestimenti anche per feste di nozze. Abbiamo insegne al neon ormai introvabili, che si vedono solo nei vecchi film. Ghe xe de robe che te cerchi una vita e non le trovi mai. Poi di colpo. Per anni ho cercato un sestiere da gondola in ferro, due mesi fa per caso leggo un'inserzione e prendo contatto col venditore. Nel ferro della gondola i sestieri sono sei, più il settimo per la Giudecca, questo ne aveva cinque. Pensavo fosse sbagliato, invece c'è stato un periodo nel Settecento che il ferro costava come l'oro e facevano il sestiere con quello che avevano. È a casa, non l'ho mai esposto. La notte prima di andare a letto lo guardo e gli dico: "Amore, adesso ti xe qua con mi e ora". Lo tengo accanto a un quadro di Lancerotto, rappresenta una donna con uno sfondo di vele chioggiotte».