Il piano di Bruxelles per mandare definitivamente in pensione le reti in rame e imporre il passaggio di massa alla fibra ottica, messo nero su bianco nel Digital networks act (Dna), rischia di schiantarsi contro un muro legale. Connect Europe, l'associazione che riunisce i principali operatori di Tlc, responsabili del 54% degli investimenti totali in Ftth (la fibra fino alle abitazioni) pubblica un parere legale che mette seriamente in discussione la fattibilità della svolta a cui ambisce la Commissione europea nel Dna.“Lo sviluppo delle reti in fibra richiede un quadro normativo chiaro e pro-investimenti. Un ulteriore irrigidimento delle regole rischierebbe di andare nella direzione opposta rispetto agli obiettivi di semplificazione, col rischio di scoraggiare il percorso di modernizzazione delle infrastrutture digitali”, sottolinea a Wired Italia Alessandro Gropelli, direttore generale di Connect Europe.Ma andiamo nel dettaglio. Il parere a firma del professor Roberto Mastroianni, ordinario di Diritto dell'Ue ed ex giudice della Corte di giustizia dell'Unione europea, fa letteralmente le pulci alla parte del documento, una delle più importanti della nuova strategia, che riguarda lo spegnimento delle reti in rame e la migrazione obbligatoria alla fibra entro il 2035. E la conclusione a cui arriva è questa: se approvato così com'è il Dna potrebbe essere annullato dalla Corte di giustizia Ue.Qui il documento completo per consultazioneL’esproprio delle reti è un abuso di potere?Partendo dal presupposto che la Commissione europea ha giustificato il nuovo regolamento facendo leva sull'articolo 114 del Tfue (Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) che conferisce all'Ue il potere di adottare misure per l'armonizzazione delle leggi degli Stati membri, il problema – si legge nel parere legale – è che la coesistenza di reti in rame e in fibra nei paesi europei non costituisce di per sé un ostacolo alle libertà economiche europee, ma riflette solo diversi stadi di sviluppo infrastrutturale. La Commissione Ue dunque sta usando una norma sul mercato interno per fare, in realtà, politica industriale. Ma l’articolo 173 del Tfue – disposizione fondamentale per la definizione della politica industriale – afferma a chiare lettere che l’Europa ha solo competenze di "sostegno" e non ha il potere dunque di imporre il totale smantellamento di un'infrastruttura.Le reti in rame (inclusa la tecnologia Fttc, la fibra misto rame) sono asset privati, legittimamente acquisiti e ancora redditizi per gli operatori che le gestiscono. Obbligare lo spegnimento, secondo Mastroianni, significa privare le aziende della possibilità di sfruttare economicamente i propri beni. In sostanza siamo di fronte a un indiscutibile esproprio indiretto.Non solo: nel Dna la Commissione europea non prevede alcun meccanismo di indennizzo economico per gli operatori coinvolti in violazione, si legge sempre nel parere, dell’articolo 17 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che garantisce e tutela il diritto di proprietà.L'effetto boomerang sul mercatoLa Commissione sostiene che spegnere il rame serva a incentivare gli investimenti e a far decollare i contratti in fibra. Ma i dati non tornano. Lo stesso Regulatory scrutiny board della Commissione (l'organo interno di controllo della qualità delle norme) ha bocciato una prima volta l'analisi d'impatto definendola carente e scientificamente inaffidabile.La proposta contenuta nel Dna non è volta ad aumentare la copertura della fibra (le infrastrutture ci sono già), ma punta solo a obbligare lo spegnimento delle vecchie reti e, soprattutto, a costringere gli utenti (i cittadini) a migrare alla fibra. Secondo Mastroianni non c'è alcuna prova che spegnere il rame spinga l'utente verso la fibra anche perché i consumatori potrebbero decidere di passare a tecnologie alternative come l’Fwa (fibra misto radio), la connettività satellitare o alle reti mobili. Inoltre, per le reti Fwa non sono previsti obblighi di switch-off e dunque potrebbe andarsi a creare un beneficio indiretto per alcuni operatori a danno di altri.Meno tutele per i consumatoriC’è una parte del parere che prende in esame gli impatti sui consumatori. Stando a quanto si legge si rischia di compromettere la tutela sancita dall’articolo 38 della Carta Ue che per l’appunto dispone un elevato livello di protezione dei consumatori quando si legifera.Costringere gli utenti alla migrazione in tempi rigidi potrebbe tradursi in interruzioni del servizio e instabilità tecnica durante la transizione e meno scelta tariffaria e frammentazione dei pacchetti commerciali integrati (ad esempio le offerte fisso-mobile). E il rischio paradossale è di trovarsi, nelle aree rurali o meno redditizie dopo il 2035, senza rame e con connessioni alternative (come satellite o Fwa) qualitativamente inferiori alla vecchia rete Fttc (rame-fibra).Cosa succede adesso?Se è vero che la transizione verso le reti Gigabit è sacrosanta, secondo l'analisi di Mastroianni la Commissione europea dovrebbe percorrere strade meno invasive, come campagne di sensibilizzazione e incentivi economici alla migrazione volontaria. E se il testo del Digital Networks Act dovesse essere approvato senza modifiche sostanziali, la strada verso i tribunali europei è già tracciata: gli operatori e gli Stati membri avranno gioco facile nel chiederne l'annullamento immediato alla Corte di giustizia dell'Ue.