C’è un pensiero che Consuelo Mollicone non riesce a scacciare, un interrogativo che non le concede pace: «Perché alla mia famiglia sono successe tutte queste cose brutte? Perché mia sorella Serena è stata uccisa in quel modo barbaro? Perché è stata ammazzata così giovane?». Dall’omicidio sono passati venticinque anni e Consuelo continua a combattere per ottenere risposte: «Non sarà una sentenza a permettermi di riabbracciarla, ma almeno su questa terra ci sarà giustizia. È troppo tempo che l’aspetto».

Il primo giugno 2001 Serena Mollicone, diciotto anni, esce dalla sua casa di Arce, in provincia di Frosinone e di lei si perde ogni traccia. Il suo corpo verrà ritrovato il 3 giugno in una radura desolata ai margini di un curvone della statale 82, in una località che una volta si chiamava Fonte Cupa e ora è diventata Fonte Serena, frazione di Monte San Giovanni Campano. La testa infilata in un sacchetto di plastica chiuso con il nastro adesivo, le mani e i piedi legati con il fil di ferro. Serena è morta per soffocamento, ma prima qualcuno l’ha colpita alla testa e le ha provocato un trauma cranico. Ammazzata, è la tesi della procura, in caserma ad Arce, forse al culmine di una lite.

Da quel giorno sono passati venticinque anni. Il primo indagato, un carrozziere, è stato assolto con formula piena. Poi un testimone, il carabiniere Santino Tuzi, nel 2008 racconta ai magistrati di aver visto la diciottenne entrare in stazione ad Arce il giorno della sua scomparsa e di non averla mai vista uscire. Il militare viene trovato morto nella sua auto. Il maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco e altri due carabinieri finiscono a processo. Venticinque anni di indagini. Mottola e gli altri imputati sono stati assolti in primo e secondo grado e ora è in corso il nuovo appello. Continua ad aver fiducia? «Spero nella giustizia. Non è giusto dimenticare una ragazza come mia sorella e lasciare impunito un omicidio così atroce, spregevole. Vado avanti. Lo faccio per Serena e per mio padre che prima di morire, sei anni fa, mi ha lasciato un compito importante». Quale? «Non arrendermi e cercare la verità». Il primo giugno 2001 Serena scompare. Cosa ricorda di quel giorno? «Avevo ventotto anni e mi trovavo in provincia di Como per un incarico lavorativo annuale. So quello che è successo dai racconti di mio padre». Sua sorella era uscita per incontrarsi con il fidanzato e poi andare dal dentista? «E non era da lei non dare informazioni a papà, non dirgli quando sarebbe rincasata. Aveva tanti progetti in quel periodo». Può farmi un esempio? «Studiava al liceo psicopedagogico e preparava l’esame di maturità». Piani per il futuro? «Voleva fare tante cose, com’è normale a diciotto anni. Diceva che sarebbe diventata veterinaria o professoressa di lingue straniere. A scuola era bravissima, un modello per tutti. Pensi che sin da piccola faceva i compiti da sola, senza chiedere aiuto a nessuno. Era autonoma, precisa. Poi amava gli animali. A casa avevamo dei cani e dei gatti e lei se ne prendeva cura con un affetto che non posso dimenticare». Secondo la procura, il giorno in cui è scomparsa, Serena era andata in caserma ad Arce per denunciare Marco Mottola, il figlio del maresciallo. «Quando aveva qualcosa da dire, mia sorella si faceva avanti senza timore. Si prendeva tutte le responsabilità. Parlava onestamente. È sempre stata umile e sincera. Poi, in quel periodo, in paese succedevano delle cose che non andavano bene». Si riferisce ad episodi di spaccio? «Sì, sì…». I Mottola, in aula, l’hanno mai avvicinata? «No. C’è da dire che ogni volta che partecipo alle udienze, mi soffermo sul contenuto. Mi concentro e cerco di non fare troppa attenzione alle persone presenti. Voglio capire, sentire, nell’attesa che venga fatta giustizia». Non ha mai sperato in una confessione dell’assassino di sua sorella? «Sono convinta che non ci sia un unico responsabile. Ma un assassino e i suoi complici». Qual è l’ultimo ricordo che ha di Serena? «Nel 2001 era venuta a trovarmi, era diventata una donna matura. Con un carattere forte e deciso. In quel periodo aveva molti impegni, però aveva comunque trovato tempo per me. Serena era fatta così: disponibile ed attenta agli altri. Era la mia unica sorella, un punto di riferimento dopo la morte di nostra madre». Le sue parole sono di dolore, ma non di odio. È così? «Certi sentimenti, che credo siano inevitabili, cerco di tenerli dentro di me. Ci provo. Ma continuo a chiedermi come mai alla mia famiglia sono successe tutte queste cose brutte. Mi chiedo perché mia sorella è stata portata via, uccisa in quel modo. La sua assenza mi resterà dentro sino alla fine dei miei giorni».