Giovanni Minoli lo sa fare meglio di chiunque altro: trasformare un’intervista in un corpo a corpo. Domande brevi, rilanci, provocazioni. E dall’altra parte Lucio Presta, per anni l’uomo più influente del dietro le quinte televisivo, manager di alcuni dei principali volti dello spettacolo italiano, accetta il gioco e risponde senza troppe schermature. Il confronto si muove subito sul terreno che più gli sta a cuore: il ruolo della televisione pubblica. Per Presta: «La televisione non deve assomigliare al Paese - dice - La televisione deve insegnare qualcosa. Io devo vedere un programma e alla fine dire: questa cosa non la sapevo». E come Gerry Scotti, due giorni prima sulla stessa piazza, anche nel mirino di Presta finiscono le prime serate sempre più lunghe, che finiscono per comprimere tutto il resto. Quando il discorso scivola sui compensi, Presta conferma una disparità che, a suo giudizio, continua a penalizzare le donne. Alla domanda se esista ancora una differenza di trattamento economico tra uomini e donne, la risposta è netta: «La differenza c’è». E quantifica il divario in un «30-40 per cento». Tra i nomi che considera oggi in forte crescita indica Marco Liorni, «in assoluto un uomo in ascesa fortissima». Uno dei passaggi più duri riguarda però il rapporto tra politica e servizio pubblico. «Ho conosciuto tutta la politica», racconta. «Ha sempre fatto una dichiarazione: “Non siamo interessati alla Rai, giù le mani dalla Rai”. Ci sono delle impronte da tutte le parti che fanno paura». È peggiorato? «Uguale se non peggio». Parole che diventano ancora più esplicite quando ricorda i dieci anni di Sanremo. «Ho detto dei no spaventosi», afferma, riferendosi alle pressioni ricevute nel corso delle edizioni del Festival. Sul ruolo dei manager e degli agenti televisivi, Presta respinge l’accusa di Minoli che siano loro a comandare. «Non comandiamo noi e aggiungo, purtroppo», sostiene. E lamenta una gestione che, a suo avviso, sacrifica il prodotto televisivo a favore di logiche burocratiche e organizzative. «Sento parlare di assunzioni, di nuovi giornalisti, di tagli sui prodotti». Non manca un passaggio dedicato alla politica attiva. Minoli ricorda il progetto, mai realizzato, di una candidatura a sindaco di Cosenza. Presta conferma che la scelta di ritirarsi fu personale e familiare. Dopo la morte della moglie, racconta, furono i figli a fermarlo: «Tu da qui non ti muovi perché noi almeno un genitore lo vogliamo». Tra i ricordi professionali emergono anche alcune delle intuizioni di cui va più orgoglioso. Dai programmi costruiti con Paolo Bonolis ai progetti con Roberto Benigni. Motivo di orgoglio è aver contribuito a portare il Presidente della Repubblica al Festival. «Per il nostro mondo era importante», spiega. Ma nel bilancio di una carriera lunghissima trovano spazio anche gli errori. Il più grande resta “Italiani”, programma di Mediaset nato pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. «Era cambiato il mondo, non era il momento», ammette. All’ultima provocazione di Minoli, ovvero se esiste ancora l’artista dei sogni che non è riuscito a rappresentare? Presta sorride e risponde secco: «No, nessuno».
Lucio Presta: “La tv non deve assomigliare al Paese, deve insegnare qualcosa”
Al Festival di Dogliani il dialogo con Giovanni Minoli










