La proposta del Segretario di AVS, Nicola Fratoianni, ribattezzata “sblocca salari” è l’ultimo esempio di quel populismo che ha devastato l’economia del Paese, cioè proporre soluzioni semplicistiche per risolvere problemi molto complessi. L’idea di Fratoianni sarebbe quella di adeguare automaticamente i salari all’“inflazione reale” (qualunque cosa voglia dire), con l’obiettivo di difendere il potere d’acquisto dei lavoratori e combattere i bassi salari.

L’Italia ha già conosciuto una stagione con queste regole e il risultato è stata la devastazione dell’economia del Paese. Per anni è esistita la cosiddetta “scala mobile”, cioè il meccanismo di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione. Dopo un lunghissimo periodo di inflazione elevatissima e disoccupazione, gli italiani, con rara dimostrazione di realismo economico, scelsero nel 1985 attraverso un referendum di superare quel sistema suicida.La proposta è profondamente sbagliata. Adeguare automaticamente i salari all’inflazione, non difende il potere di acquisto, non aumenta la produttività, non migliora la competitività, non aumenta i salari reali, ma solo quelli nominali.

Non è solo una grande presa per i fondelli, ma nasconde un rischio (o meglio una certezza) ancora peggiore. L’indicizzazione automatica innesca la cosiddetta spirale “salari-prezzi”: le imprese che sostengono costi del lavoro più alti trasferiscono tale aumento sui prezzi finali; l’inflazione, quindi, accelera e rende necessari nuovi aumenti salariali con nuovi aumenti dei prezzi. Le imprese finiscono per anticipare l’aumento dei prezzi e le famiglie le decisioni di spesa. Il risultato finale è paradossale e drammatico: proprio il meccanismo invocato a protezione dei lavoratori finisce per erodere ulteriormente il loro potere d’acquisto. Lo sblocca salari dovrebbe essere più correttamente chiamato “brucia salari”.