Quando Cosimo il Vecchio dona a Marsilio Ficino il podere di Careggi, nel 1463, il giovane medico originario di Figline ha trent’anni e un compito che nessuno, in Occidente, aveva affrontato con tale sistematicità: tradurre tutto Platone in lingua latina – dopo le fortunatissime ma parziali imprese di Leonardo Bruni – a partire da nuovi codici greci, non da frammenti o tradizioni indirette. Dopo la morte di Cosimo, Ficino traduce il Simposio nel 1466. Tre anni più tardi, lo commenta nel De amore: un dialogo conviviale ambientato a Careggi il 7 novembre 1468, e composto da sette orazioni che riprendono liberamente il Simposio platonico per trarne una nuova filosofia dell’eros. Più che di sopravvivenza dell’antico, occorre qui parlare di reviviscenza: un Platone in larga misura ignoto al Medioevo latino rientra nella cultura europea con la forza del testo ritrovato e la tensione di qualcosa che non si lascia addomesticare.

Il Simposio, infatti, non era un dialogo qualunque. Se il Timeo aveva offerto ai lettori cristiani una cosmologia assimilabile, il dialogo sull’amore opponeva resistenze ben più difficili da superare o aggirare: non tanto la sapienza di Diotima e l’ascesa al Bello, quanto gli androgini tagliati in due, la nascita di Eros da Poros e Penia, la gravidanza spirituale, la scelta del miglior amante, l’amore per i ragazzi, Alcibiade che racconta la propria sconfitta erotica di fronte alla resistenza di Socrate. Per un autore cristiano del Quattrocento, commentare il Simposio significava entrare in una materia troppo filosofica per essere liquidata come licenziosità pagana, ma anche troppo corporea per trasformarsi in allegoria spirituale.