Ci sono uomini (e donne) che sono salite, ci sono salite che sono uomini (e donne). Dipende. Imerio Massignan è identificato con il Gavia (versante nobile, quello di Ponte di Legno), il primo uomo su quella Luna ciclistica, era il Giro del 1960, ma al traguardo di Bormio, causa triplice foratura in discesa, giunse primo Charlie Gaul. Lo stesso Gaul, pur chiamato “l’Angelo delle Dolomiti”, è abbinato molto più spesso al Bondone (che dolomitico non è), era il Giro del 1956, un’apocalisse di neve estiva accorciò la tappa, abbassò il traguardo, decimò il gruppo e moltiplicò la gloria e la leggenda di chi aveva subito il congelamento. Così, ogni volta che si parla delle Tre Cime di Lavaredo, in verità si tratta del rifugio Auronzo alla base dei pilastri, il pensiero pedala subito verso Eddy Merckx, che nel 1968 sotto il nevischio inghiottì i fuggitivi e sbaragliò gli italiani.Piancavallo è Marco Pantani, però Marco Pantani non è solo Piancavallo. Era il Giro del 1998, quattordicesima tappa, la Schio-Piancavallo di 165 km, in maglia rosa il lombardo Andrea Noè. Pantani attaccò a 11 km dal traguardo, attaccò alla sua maniera - Davide Cassani opinionista con Adriano De Zan in tv ipotizzava un rapporto 39x17 -, su e giù dai pedali, mani basse sul manubrio, testa incassata nelle spalle (si rialzò soltanto al traguardo, braccia in alto, mani al cielo), crapa pelata (il casco non era ancora obbligatorio), occhiali da sole (anche in mancanza di sole), maglia gialla (della Mercatone Uno), la bici Bianchi (che ai più romantici suggeriva il fantasma di Fausto Coppi). Pantani fece il vuoto, ma era un vuoto di pochi secondi (alla fine sarebbero stati 13 sul russo Pavel Tonkov e lo svizzero Alex Zuelle, che riprese la maglia rosa), però un vuoto pieno di premesse e promesse, significato e attese. Che non andarono deluse. Il Giro – la maglia rosa conquistata a Selva di Val Gardena, poi la vittoria iconica a Plan di Montecampione – sarebbe stato suo.Regione Friuli, provincia Pordenone, comune Aviano (ed è proprio da Aviano che si attacca la salita). Piancavallo comincia con lo sci, poi si converte al ciclismo. Non è certo l’altitudine a distinguerlo, 1.280 metri, né la sede stradale, ampia. Non è la pendenza media, 7,8 per cento, né quella massima, 14 per cento, a fare la differenza. Semmai la lunghezza, 14,5 km, e il dislivello, 1.131 metri. E’ tutto l’insieme. Ma c’è di molto peggio, nel senso di molto meglio (peggio per i corridori, ma meglio per spettatori e appassionati). Tant’è vero che stavolta il Giro d’Italia, seguendo una vecchia moda (già sul Pordoi negli anni Novanta), lo propone due volte: sabato 30 maggio, la diciannovesima tappa, da Gemona a Piancavallo di 200 km. La prima sommità al km 147,3, la seconda al traguardo.Piancavallo è Pantani perché Pantani al Giro non vinceva una tappa dal 1994, perché alla Milano-Torino del 1995 si spezzò tibia e perone contro un’auto che proveniva senza autorizzazione in senso contrario, perché il 1996 lo trascorse tra riabilitazione e recupero, perché al Giro del 1997 cadde e si strappò i muscoli della coscia sinistra per colpa di un gatto nero che gli aveva attraversato la strada, perché era tormentato da dubbi (suoi) e sospetti (altrui), perché era Pantani. Così quei 13 secondi di Piancavallo valevano niente per la classifica, ma molto, moltissimo, tutto per la convinzione, la determinazione, la fiducia. Quella sera, agli amici, Pantani – convinto, determinato, fiducioso - confidò: “Il Giro lo vinco io”.