Donald Trump è di nuovo presidente da 494 giorni e il suo tasso d’approvazione è ai minimi termini stando all’ultima rilevazione del settimanale The Economist (28 maggio): 34 per cento, 24 punti in meno rispetto all’inizio del secondo mandato. Il 58 per cento degli statunitensi ne disapprova l’operato, il 6 per cento non sa. Un disastro politico che rischia di travolgerlo alle elezioni di midterm di novembre, mentre sta decidendo se attaccare o no pure Cuba. Ma il presidente americano che pubblica meme su Truth Social in cui sembra Gesù Cristo, riuscendo a far adontare persino i cattolici che lo sostengono indefessi da tre elezioni e due tentativi di impeachment, mantiene una stretta d’acciaio – che dico!, di adamantio – sul partito Repubblicano, dove nessuno può permettersi di sfidarlo e pensare di farla franca.

Ne sanno qualcosa i candidati del Grand Old Party alle primarie repubblicane che hanno osato criticarlo o votargli contro: stanno tutti perdendo le elezioni contro i concorrenti sostenuti da Trump, a lui leali perché fedeli alla causa del trumpismo e del movimento Maga. L’ultimo caso è di questa settimana. Il senatore uscente John Cornyn, in carica dal 2002, ha perso contro il suo sfidante trumpiano, il controverso procuratore generale del Texas Ken Paxton, con uno scarto di 28 punti percentuali. La fedeltà di Paxton a Trump è indubbia: da procuratore generale ha presentato oltre 100 azioni legali contro l’amministrazione Biden-Harris, soprattutto in materia di immigrazione e sicurezza dei confini.