«Una storia perfetta», questa l’ermetica didascalia sotto un video di cinque minuti e mezzo postato sul suo profilo Instagram. Così Alexia Putellas ha annunciato il suo addio ufficiale al Barcellona dopo 14 anni, 507 presenze, 38 trofei, 232 gol e due palloni d’oro.

La notizia era nell’aria già da tempo: durante la semifinale di ritorno di Women’s Champions League contro il Bayern Monaco - in cui ha realizzato una doppietta - le sue lacrime nel passaggio della fascia a Patri Guijarro avevano parlato abbastanza chiaro. Eppure, venti giorni dopo, i tifosi e le tifose, raccolti sull’Avinguda Maria Cristina per festeggiare la quarta Champions, le cantavano all’unisono «Resta. Resta. Resta».

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Sembrava di stare al Camp Nou, dove la tifoseria, quando lei saluta con l’inchino, le intona il coro «Alexia, Alexia, Alexia» con la stessa metrica e lo stesso ritmo dell’iconico «Messi, Messi, Messi», come una garanzia di qualità. Alexia oggi è una delle sportive europee più influenti della storia, la personificazione del ‘‘cambio’’ - in italiano diremmo rivoluzione - come recitava la didascalia di una famosa foto di ragazzini che indossano la sua maglia; circa trent’anni fa era solo una bambina di Mollet del Vallès che andava a vedere i blaugrana prendendo il pullman con la famiglia. La sua storia, secondo la piramide di Freytag, è veramente perfetta.