Ma tutto questo, Bruce non lo sa. Nessuno deve averlo informato che mentre lui gira per gli Stati Uniti con la cavalleria della E Street band, in Italia il Principe si è trincerato dietro un dubbio aristotelico sul ruolo dell’artista che dal palco lancia proclami. “C’è bisogno che Springsteen dichiari di essere contro l’amministrazione Trump?”, si era chiesto De Gregori, evocando le “moltitudini” whitmaniane del proprio spirito, in qualche modo rivendicando pure l’elusività di Dylan. Così, ignaro del vespaio di polemiche innescate dal collega romano, il Boss è andato a cantarle in faccia all’inquilino della “fottuta” Casa Bianca, esortando il pubblico del Nationals Park di Washington a gridare più forte lo slogan “ICE out now!” in “Streets of Minneapolis”.
Un paio di miglia separavano i due grandi nemici, l’autocrate e la rockstar: il vento avrà portato quegli echi sino alle finestre dello Studio Ovale. Era, questo, il momento più atteso del “Land of Hope and Dreams Tour”, che domani si concluderà a Philadelphia: data di recupero, ma la location è dannatamente emblematica. È la città della firma della Dichiarazione d’Indipendenza, 4 luglio 1776, il culto fondativo della libertà americana. Chissà se Springsteen tirerà fuori un superbis (“Fourth of July, Asbury Park”?) per siglare questo rally dichiaratamente politico.










