Proprio ora che, dopo il Memorial day, è iniziata in America la cosiddetta “driving season”, la stagione in cui i cittadini iniziano a viaggiare di più in auto, il prezzo della benzina è arrivato a 4,5 dollari al gallone, il massimo dal luglio del 2022. Ogni gallone è circa cinque litri, il prezzo medio è più basso rispetto all’Italia. Ma gli americani non ci sono abituati. Da sempre alla pompa di benzina gli americani sborsano molto meno degli europei (prima del conflitto erano 3 dollari al gallone, circa 60 cents al litro). Questo per dire che se esiste un indicatore che dimostra come la guerra in Iran e la persistente chiusura dello Stretto di Hormuz stiano impattando sulle tasche dei cittadini statunitensi, è rappresentato dalla curva delle quotazioni del carburante che ha cominciato a impennarsi a partire da gennaio di quest’anno. Nell’esatto momento in cui il prezzo è arrivato a 3,3 dollari al gallone, un’altra curva, che misura il tasso di approvazione degli elettori americani verso Donald Trump, ha cominciato a precipitare (basta osservare come le due curve si stanno muovendo in direzioni opposte sulla banca dati di Bloomberg). Dovrebbe essere sufficiente questo per prevedere un esito delle votazioni di mid-term a sfavore dell’attuale presidente americano, ma le cose non sono mai così semplici.Ieri sono usciti i dati del primo trimestre di quest’anno negli Stati Uniti e sono emersi segnali di peggioramento economico che vanno oltre l’atteso aumento dell’inflazione (più 3,8 per cento). Il pil è stato rivisto al ribasso all’1,6 per cento rispetto all’iniziale stima del 2 per cento. La vendita delle case, altro indicatore importante per misurare lo stato di salute dell’economia, è calata del 6,2 per cento, peggio delle stime. Anche le richieste di sussidi di disoccupazione (i “claims”) sono aumentate più del previsto. Gli americani stanno, dunque, peggio di prima che scoppiasse la crisi in medio oriente? “L’economia statunitense sta sicuramente pagando un prezzo per le politiche di Trump, ma tutto sommato tiene – spiega al Foglio Riccardo Trezzi, economista e consulente di fondi di investimento globali – Se prima di Trump il pil cresceva del 3 per cento, quest’anno potrebbe crescere del 2-2,5 per cento anche con la revisione al ribasso del primo trimestre. Dunque, lo scostamento è contenuto. Ma attenzione, questo succede perché loro hanno la Silicon Valley. Voglio dire che è il settore tecnologico che sta trainando l’economia americana mentre la manifattura è stagnante a dispetto delle promesse di Trump di riportare le produzioni in America”. Il popolo Maga, infatti, sembra deluso, stando agli ultimi sondaggi, ma i massicci investimenti nell’AI, questo il ragionamento di Trezzi, stanno stimolando lo sviluppo e il mercato del lavoro con l’effetto di controbilanciare l’impatto negativo di dazi e guerre. “L’hi-tech è un settore che non risente di questi choc – prosegue l’esperto – Inoltre, è una fonte inesauribile di innovazione, di nuovi investimenti e di reclutamento di forza lavoro giovanile. Tutto questo contribuisce a mantenere solido il quadro complessivo”.La contraddizione non sfugge agli strategist di mercato. “Se si guarda più in profondità nei dati, si coglie un andamento diseguale che potrebbe rivelarsi determinante in sede elettorale a novembre”, dice Antonio Cesarano, chief investment advisor di Sella Sgr. Quella americana, per Cesarano, è sempre di più una società a forma di “K” in cui la fascia della popolazione che sta migliorando il proprio benessere più che bilancia la fascia che si sta impoverendo. “Il tema Hormuz sta impattando su Trump soprattutto attraverso il canale dell’inflazione stigmatizzata dalla benzina a 4,5 dollari al gallone. Ma si intravedono segnali di malessere anche sul mercato del lavoro, dove si sta creando una netta divaricazione tra il tasso di partecipazione della popolazione più giovane e il calo della fascia con età più avanzata. Questo, molto probabilmente, si spiega con la minore possibilità degli over 55 di incrociare le proprie attitudini con quelle richieste nell’epoca dell’AI”. Considerando, però, che gli over 55 votano, si può dire che la corsa del settore tecnologico salva Trump dalla débâcle economica ma rappresenta un rischio alle elezioni di mid-term? “E’ uno scenario probabile”, spiega Cesarano. Le dicotomie sono evidenti anche sul mercato dei beni di consumo. “Da un lato – prosegue – si registra il buon andamento delle vendite al dettaglio e dall’altro, il malessere dei consumatori è segnalato dal calo di alcuni indici di fiducia, come quello misurato dall’Università del Michigan, che è contestuale alla perdita di consenso di Trump nei sondaggi”. Intanto, l’inflazione resta il problema della Casa Bianca non solo per il prezzo della benzina ma perché, dice Trezzi, sta facendo tornare i cosiddetti “bond vigilantes”, cioè gli investitori di titoli di stato che puniscono le politiche fiscali di governi poco responsabili come gli Stati Uniti dove il rapporto tra deficit e pil ha ormai superato il 7 per cento.
Il prezzo della benzina, l’inflazione, la crescita più lenta. Trump non può troppo “fregarsene” di Hormuz
Il settore dell’AI copre i guai economici americani, mentre emersi segnali di peggioramento economico che vanno oltre l’atteso aumento dell’inflazione. Gli elettori lo sanno. Parlano Riccardo Trezzi e Antonio Cesarano









