Europa

Antonio Picasso

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Siamo al ritorno del figliol prodigo. Dopo averla fatta tanto penare, l’Ungheria torna tra le braccia di mamma-Europa. Nella visita di due giorni a Bruxelles, iniziata ieri, il premier ungherese, Péter Magyar, incontra i vertici Nato e Ue. Oggi soprattutto è previsto il bilaterale con Ursula von der Leyen. Il leader di Tisza porta doni importanti alla presidente della Commissione. Il ritorno di Budapest nella Corte penale dell’Aja, l’adesione alla Procura europea e soprattutto il nulla osta per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. A patto che vengano riconosciuti da Kyiv i diritti della minoranza ungherese della Transcarpazia. È un pacchetto di buone intenzioni finalizzato a sbloccare il fondo di ricostruzione post-Covid, da 10,4 miliardi di euro, che Bruxelles aveva deciso di tenersi per sé a causa del mancato rispetto dello Stato di diritto da parte del governo Orbán.

È rapido il colpo di spugna con cui Magyar cerca di cancellare i 16 anni dell’esecutivo precedente. Vista la situazione politica ed economica internazionale, assunto il fatto che gli Usa di Trump hanno d’improvviso perso interesse per il loro piccolo alleato – senza riuscire nemmeno a far vincere Orbán alle elezioni di aprile – e osservata la debolezza della Russia, Budapest rischiava di restare isolata. L’Ungheria alla fine è un piccolo Paese agricolo, senza sbocchi sul mare e privo di risorse naturali. Il suo Pil vale l’1% di quello dell’intera economia Ue. Con una popolazione, 9 milioni di abitanti circa, irrisoria rispetto ai 447 milioni totali dei cittadini europei. Irrisoria in termini assoluti, quanto presi come potenziali consumatori. Gli ungheresi sono terz’ultimi per reddito pro capite tra i 27 membri Ue. Peggio è il quadro della Difesa. Il Paese ha una forza armata di circa 43mila uomini, contro i 3,2 milioni di militari in forza a tutta la Nato. La Grecia è più del doppio. Lasciamo perdere il confronto con le potenze vere dell’Alleanza. Era logico che un premier pragmatico andasse a bussare alla porta di un’Europa, sì claudicante e ancor più lenta ed esposta ai venti del cambiamento, ma è pur sempre l’Europa.