Nei giorni scorsi in Australia un uomo di origini italiane è stato attaccato da un grande squalo di 4-5 metri. Le autorità hanno rivelato che nella zona dell’aggressione era stato appena visto un grande squalo bianco, che si ritiene essere l’autore dell’attacco mortale.

Uno squalo bianco. Credit: iStock

Ogni anno, in media, si registrano circa dieci casi di attacchi mortali da parte degli squali, un numero sensibilmente inferiore di quello provocato da cani (25.000), serpenti (50.000) e altre specie. Eppure, nonostante la casistica relativamente contenuta, per motivi anche culturali le aggressioni di questi pesci cartilaginei vengono amplificate a dismisura, rischiando di danneggiare ulteriormente degli animali che non hanno alcuna colpa se non quella di comportarsi da predatori – raramente per “mangiare” – nel proprio habitat naturale.

Sono milioni gli squali uccisi dall'essere umano ogni anno e moltissime specie sono sull'orlo dell'estinzione; poiché giocano un ruolo ecologico fondamentale negli ecosistemi marini, la loro perdita comporta un danno enorme e vanno assolutamente protetti e rispettati, anche se il coinvolgimento in gravi casi di cronaca non fa che aumentare lo stigma. Gli incidenti, fra l'altro, stanno crescendo a causa del cambiamento climatico che fa aumentare le temperature dell'acqua, le piogge abbondanti e il numero di prede; tutto questo, di concerto con una frequentazione degli ambienti marini sempre più sostenuta, non fa che aumentare i rischi per i bagnanti. Tra i Paesi in cui si registrano più attacchi figura l'Australia, nelle cui acque vivono numerosi grandi squali e alcune delle specie principalmente citate negli incidenti mortali. Lo squalo leuca (Carcharhinus leucas), lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), e lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier), tutti appartenenti alla famiglia dei carcarinidi, sono i tre più coinvolti, in particolar modo i primi. Secondo gli esperti, nella stragrande maggioranza dei casi gli squali non attaccano le persone per scopi alimentari, dato che non rientriamo nel loro “menù” naturale, ma per capire con che cosa hanno a che fare, per “assaggiarci” e valutare se siamo buoni o meno in base agli organi sensoriali. Il biologo marino Blake Chapman ha affermato alla BBC che questi pesci hanno denti e gengive che possono funzionare come “strutture meccanosensoriali”, in grado di determinare la natura e la qualità di ciò che stanno mordendo. In genere capiscono subito che un essere umano non fa per loro, ma trattandosi di pesci enorme e potentissimi, talvolta i loro morsi esplorativi possono essere devastanti e mortali. È probabilmente ciò che è accaduto al pescatore subacqueo di origine italiana Steven "Mattas" Mattaboni lo scorso 16 maggio, quando si è immerso assieme ad alcuni amici nelle acque di Horseshoe Reef, nei pressi a Rottnest Island (Australia Occidentale).