“Lo sciopero ha perso gran parte se non tutta la propria efficacia, il proprio prestigio”. È duro il giudizio che il giuslavorista Pietro Ichino consegna al Foglio di fronte all’ennesima agitazione generale proclamata da alcune piccole sigle sindacali. Dietro quella del 29 maggio ci sono Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas, Usi, Usi-Cit. Solo 11 giorni prima, il 18 maggio, ne era stato indetto un altro dall'Usb. Coinvolti tutti i settori, dai trasporti alla scuola. Ma al netto del clamore e della risonanza mediatica, tra i dipendenti pubblici aveva aderito solo l'1,21 per cento su oltre 1 milione e mezzo di lavoratori. “Il problema, peculiare del settore dei trasporti, non è costituito da due scioperi a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro – spiega il professore – ma dal fatto che ormai da anni il settore fa registrare uno sciopero, sempre al venerdì o al lunedì, ogni una o due settimane, per lo più con tassi di adesione infimi, ma con danni enormi per la collettività”. Inoltre, “presso la Commissione di Garanzia, dove le agitazioni devono essere preannunciate, si arriva all’assurdo di giornate di sciopero ‘prenotate’, quasi sempre al venerdì, con tre o quattro mesi di anticipo, e senza indicazione del motivo, che verrà poi deciso di volta in volta qualche giorno prima del giorno prenotato. Ma la cosa più assurda, di cui nessuno parla, è un’altra”. Quale? “Nel settore dei trasporti accade spesso che lo sciopero non soltanto non eserciti alcuna pressione sulle imprese datrici di lavoro, ma addirittura costituisca per esse un affare d’oro”. Vale l’equazione meno lavoratori – più disagi, ma anche a meno spesa per il datore di lavoro. E nel caso del tpl, meno dipendenti operativi non coincide con meno produttività. “L’azienda che gestisce i trasporti municipali opera normalmente in passivo, essendo il suo equilibrio di bilancio assicurato dal sostegno del Comune e/o della Regione”, spiega Ichino. “Lo sciopero qui riduce i costi retributivi, di energia e/o carburante, di usura delle macchine, per sinistri stradali, ma non riduce le entrate derivanti dal contributo pubblico e dagli abbonamenti, i quali non subiscono decurtazioni in relazione ai giorni di sospensione del servizio”. Nel settore dei trasporti, poi, basta che scioperi una persona con un ruolo abilitante e va in tilt un'intera linea. Verrebbe da chiedersi dunque se abbia senso che sindacati con adesioni molto basse possano indire scioperi nazionali nei servizi essenziali. Sul punto, Ichino ha un’idea: “Ho proposto recentemente che per ridare dignità e autorevolezza a questa forma di lotta nei settori dei servizi pubblici essenziali venga introdotta la necessità di un referendum tra i lavoratori interessati e che la proclamazione sia subordinata al voto favorevole almeno del 10 per cento”.Il precedenteSu questo fronte, spiega il giurista, il modello di riferimento è la Germania. "Qui i sindacati maggiori come IG Metall e Ver.di richiedono nei loro statuti addirittura una maggioranza del 75 per cento dei membri votanti”. Ma esempi di questo tipo sono previsti per legge anche nel Regno Unito, in Canada, in Irlanda, in Repubblica Ceca, in Romania e da poco anche in Grecia, ricorda il professore. Che mette sul tavolo un’altra regola eventuale e alternativa per responsabilizzare i singoli lavoratori: “Si tratterebbe di stabilire che, per consentire al gestore di un servizio pubblico di adempiere con precisione l’obbligo di informazione preventiva degli utenti, egli può e deve chiedere ai propri dipendenti di dichiarare con un anticipo di almeno una settimana se aderiscono o no allo sciopero proclamato”. Secondo Ichino, “basterebbe questo per ridurre drasticamente il danno prodotto dallo stillicidio di proclamazioni di scioperi cui poi aderisce l’uno per cento dei lavoratori”. Il rischio, in questo caso, potrebbe essere quello di esporre i lavoratori a pressioni indebite volte a scoraggiare la loro adesione all’agitazione. "Ma l’adesione o no di una persona allo sciopero non è una notizia riservata: al più tardi il giorno stesso dell’agitazione la cosa è di pubblico dominio”, controbatte il giuslavorista.Proposte a parte, rimangono i disagi possibili per lavoratori e studenti. Il tutto per ragioni abbastanza slegate dal mondo del lavoro in senso stretto. Basti pensare che fra le richieste dietro lo sciopero del 29 maggio spicca l’interruzione “di ogni rapporto commerciale e politico con Israele". Unito a un altro evergreen: “No alle politiche di guerra. Contro al genocidio”, si legge da uno dei comunicati ufficiali. Con il combinato disposto di queste motivazioni e il basso tasso di adesione da parte dei lavoratori, non si rischia di sgonfiare il peso di un'azione come lo sciopero generale, e dunque di fargli perdere di credibilità? "Non è un rischio: è già una realtà che possiamo constatare e misurare”, sentenzia Ichino. “In questo modo lo sciopero ha perso gran parte se non tutta la propria efficacia, il proprio prestigio. Esso non è più uno strumento di cui i lavoratori si avvalgono per far pressione sugli imprenditori, ma uno strumento di cui i sindacati minori si avvalgono per farsi sentire e per fare concorrenza ai sindacati maggiori”.È il solito nodo della rappresentatività sindacale e dell’eccessiva debolezza delle regole che la gestiscono. Il governo, dal canto suo, ha provato a metterci mano. Il decreto primo maggio prova a spingere in avanti anche il processo di necessaria misurazione della maggiore rappresentatività in tema di contrattazione collettiva e di "salario giusto". Il provvedimento, secondo Ichino, “ha qualche merito”. Ma ciò che manca salta all’occhio. “Il decreto-legge n. 62 non si è neanche proposto di affrontare il nodo cruciale, in questa materia, che consiste nella definizione dei 'perimetri' delle categorie in seno alle quali può e deve essere misurata la rappresentatività delle associazioni sindacali e imprenditoriali concorrenti”, lamenta Ichino. Su come questo nodo possa essere sciolto si è svolto la settimana scorsa a Milano un convegno promosso dalla Fondazione Anna Kuliscioff, da cui è uscita un’altra proposta di Ichino. “È molto precisa e immediatamente praticabile, a Costituzione invariata. Leggere lentamente: prevede che la misura della rappresentatività di ciascuna associazione sindacale sia calcolata sulla base della media tra il numero degli iscritti e il numero dei voti conseguiti nelle elezioni delle rappresentanze sindacali nell’ambito della categoria individuata. Mentre la misura della rappresentatività delle associazioni imprenditoriali sarà data dalla somma dei dipendenti di ciascuna impresa associata”. Le braccia si incrociano, ma le idee ci sono. “Perché in Parlamento nessuno ne discute?”