La notte del 15 agosto 2015 Alaa Faraj si trovava su un barchino stracolmo di gente, diretto verso le coste italiane. Aveva solo vent’anni e voleva lasciare la Libia per studiare e giocare a calcio in Europa. Mentre viaggiava, 49 persone sono morte soffocate nella stiva. Sulla base di testimonianze raccolte a poche ore dallo sbarco, tra errori di traduzione, riconoscimenti sommari e prove contraddittorie, è stato condannato assieme ad altre sette persone a trent’anni di carcere per omicidio plurimo e traffico di esseri umani. Un anno fa, la Corte d’Appello di Messina, pur dichiarando inammissibile la revisione del processo, ha definito i condannati «moralmente non imputabili» e ha auspicato il ricorso alla grazia per «ridurre lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza». «Con tutto il rispetto, io vado avanti determinato più che mai», scriveva Alaa dal carcere in una lettera alla docente universitaria Alessandra Sciurba. Ma non riusciva a nascondere lo sconforto: «Era meglio la morte naturale che questa morte della mia gioventù qui dentro». Nel giro di pochi mesi sarebbe cambiato tutto. Da quel carteggio è nato prima un libro (“Perché ero ragazzo”, Sellerio) e poi un amore. E quello sconforto si è tramutato in gioia. Il 22 dicembre 2025 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha concesso la grazia parziale: uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi. Il 18 maggio 2026 la Corte d’Appello di Messina ha disposto l’ammissibilità della revisione della sentenza e sospeso l’esecuzione della pena. Lo stesso giorno, Alaa Faraj ha potuto lasciare il carcere dell’Ucciardone di Palermo. È tornato libero, ma è già impegnatissimo. Si avvicina la data del matrimonio con Alessandra Sciurba e i due passano le giornate insieme, tra compere e commissioni. Che sapore ha avuto questo primo assaggio di normalità?«Mi sento come se avessi fatto un tuffo nella vita reale. Con i permessi, l’avevo già assaporata. Però dover rientrare entro una certa ora mi teneva in ansia. Adesso non devo più guardare l’orologio. Da settembre la mia vita è già cambiata: sono uscito per presentare il libro. Poi c’è stata la grazia, e adesso questa bellissima notizia. Quando me l’hanno data, ero incredulo. Poi la mia avvocata Cinzia Pecoraro mi ha detto: “Sei libero”. In quel momento il cuore ha cominciato a battere all’impazzata. Ma è soltanto un inizio, non è una fine. E il merito è di un’intera comunità: dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, a Don Luigi Ciotti, Antonio Sellerio, Daria Bignardi, Claudia Gazzini, il professor Zagrebelsky e molti altri. Ho dovuto rinunciare agli anni più belli, è vero, ma sono orgoglioso di chi sono diventato. E voglio pensare che questo buco sia stato una fase, una tappa che non definisce tutta la mia vita. Dico una cosa che magari sembra sciocca, ma che non riesco a negare: in un certo senso, anche il carcere mi ha reso libero».Ed è il posto in cui ha incontrato Alessandra Sciurba.«Lei è il senso di tutto. Queste cose sono incontrollabili. La nostra situazione era particolare, però non potevo fermare il mio sentimento. E per fortuna era corrisposto».Presto potrà anche rivedere la sua famiglia.«Li ho sentiti e tra la fine di giugno e l’inizio di luglio li incontrerò, non vedo l’ora. Per anni mi sono vergognato, non volevo che i miei genitori venissero a trovarmi. Il 18 maggio li ho potuti videochiamare e finalmente mi hanno visto libero».Il suo percorso per cercare giustizia ora potrebbe coinvolgere anche chi ha avuto la sua stessa condanna e come lei non c’entra niente.«La giustizia deve esserci per tutti, ma prima di tutto dobbiamo darla alle 49 persone che non ci sono più. Loro sono il mio primo pensiero, sempre. Sto male se penso che io sono qui a parlare soltanto perché qualcuno sulla spiaggia aveva deciso chi dovesse stare sopra e chi sotto. Quella persona va condannata. E spero che la revisione di ottobre porti presto anche alla scarcerazione dei ragazzi che erano con me. La bella aria di libertà di cui sto godendo spetta anche a loro».Lei ha sempre difeso con grande dignità la sua innocenza, senza mai attaccare nessuno. Dove ha trovato questa forza?«All’inizio mi chiedevo: perché a me, perché deve capitare una cosa così ingiusta proprio a me? La rabbia c’era, ovviamente. Però poi, grazie alla fede e alle persone che incontravo, ha prevalso una voce che viene da dentro e che dice: “Non può finire così”. Quanto al non offendere mai nessuno: come dico sempre, un attaccante può sbagliare un gol davanti al portiere. La giustizia è una cosa divina, ma è nelle mani degli esseri umani, e gli esseri umani possono sbagliare. Ho questa consapevolezza. Leggere quelle carte infamanti, essere accusato di aver ucciso i tuoi stessi compagni di viaggio è una cosa che ancora oggi non mi fa dormire. Perché sulla carta c’è ancora quella sentenza, anche se la pena è sospesa. Ma continuo ad avere fiducia. Bisogna seguire la giustizia e la cultura. Sono gli strumenti più belli che abbiamo. E poi c'è un’altra cosa. Non posso avercela con un Paese che ti rispetta come essere umano, che ti dà l’opportunità di incontrare persone meravigliose, di vedere gente che lotta e si spende per te. Io ho conosciuto l’Italia giusta, l‘Italia per bene».Come va con gli studi?«Ho preso il diploma al liceo artistico. Ora sono iscritto a Relazioni internazionali. A luglio devo dare due esami. Ho messo un po’ da parte i libri questa settimana, ma da domani devo tornare a studiare».E il calcio?«Per diventare calciatore ormai è tardi, ma vorrei fare l’allenatore. Ho già frequentato il corso Uefa C, per allenare nelle serie minori. Mi piacerebbe avere un gruppo di bambini a cui trasmettere i sogni che io non ho potuto realizzare».Si sta preparando alle nozze?«Il carcere era un’ottima scusa per non fare niente. Adesso mi tocca lavorare, scegliere, organizzare. Ma sono felicissimo, sarà il giorno più bello della mia vita».