In Italia la paura per l’AI sembra correre più veloce della stessa intelligenza artificiale. Si teme che le macchine prendano il posto del lavoro umano, ma per il ritmo con cui la tecnologia sta entrando nel nostro sistema produttivo quel timore, oggi, è prematuro. Ieri intanto è uscito un nuovo report dell’Ocse che aiuta a capire quali sarebbero le categorie lavorative più esposte al fenomeno.Lo studio dell’istituto con sede a Parigi ha infatti messo a punto un indice, chiamato AI Capability Gap Index, che confronta le capacità delle AI commerciali in nove domini – dalle abilità cognitive a quelle sociali e fisiche – con quelle richieste dalle varie tipologie di lavoro. Più l’indice è basso e più le competenze tecnologiche sono già vicine a quelle necessarie per quei lavori. Come prevedibile, le professioni amministrative e di supporto di ufficio sono tra le più esposte all’utilizzo dell’AI, con un valore di 0,8. Subito dopo seguono poi i ruoli nel settore della preparazione alimentare (2,5) e delle vendite (sales; 2,6).All’estremo opposto, ossia dove il gap tra le capacità dell’AI e quelle richieste dai lavori è più alto, ci sono – anche qui prevedibilmente – tutti i mestieri dove è decisivo il giudizio interpersonale e contestuale, le interazioni sociali, la capacità di assumersi delle responsabilità, oppure dove si svolgono attività fisiche in ambienti non standardizzati, dice l’Ocse. Queste sono le occupazioni nelle arti, sport e media (4,2), i ruoli dirigenziali (5,5), i professionisti sanitari (5,7), educazione e istruzione (5,8), affari legali (5,8) e infine i servizi sociali (6,4). Gli esempi sono vari: dai giudici agli psicologi, e dai direttori aziendali fino ai pompieri e alle forze dell’ordine.Applicando prudentemente la metodologia dell’Ocse alle professioni d’ufficio e procedurali censite da Istat e Inapp si arriva a circa 1,8 milioni di lavoratori teoricamente esposti – non condannati al licenziamento nel giro di pochi mesi, va chiarito –, così ripartiti: 800 mila addetti agli affari generali, 337 mila funzioni di segreteria, 247 mila addetti alla gestione amministrativa di magazzini, scorte e flussi logistici, 215 mila contabilità, 104 mila gestione del personale, 82 mila sportelli bancari, assicurativi e finanziari, 35 mila protocollo e smistamento documenti, 35 mila buste paga.Ma per capire quanto in Italia questi lavori siano realmente a rischio, serve prima sapere quanto è utilizzata l’AI in Italia, e la risposta è: ancora poco. Secondo il Rapporto Istat sulle imprese e le tecnologie digitali (Ict) per il 2025, infatti, solo il 16,4 per cento delle aziende con almeno 10 addetti ricorre all’AI, mentre l’83,6 per cento non la utilizza affatto (nel 2024 il dato si fermava all’8,2 per cento). Siamo infatti, secondo Eurostat, sotto la media europea (19,95 per cento) e dopo Spagna e Francia, mentre a guidare ci sono la Danimarca con il 42 per cento e la Finlandia con il 37,8. Per le grandi aziende, la quota di imprese che utilizza almeno un’AI è più alta e tocca il 53,1 per cento, mentre per tutte le Pmi (con meno di 250 addetti), rileva l’Istat, l’uso si ferma al 15,7 per cento di esse per il 2025. Il primo freno, secondo le aziende interrogate dall’istituto statistico, sarebbe proprio la mancanza di competenze, seguita dall’incertezza legislativa, e le preoccupazioni legate alla privacy e ai costi.Il trend di adozione dell’AI sembra positivo, certo, ma l’immagine dell’Italia è comunque quella di un’asimmetria: molto esposti in linea teorica, ma tra i più lenti (anche rispetto ai partner europei) ad adottare questo tipo di tecnologia per trasformare l’esposizione in aumento di produttività.Così, paradossalmente, il rischio non è quanti posti di lavoro possa “rubare” l’AI, ma quanto il sistema lavorativo e produttivo italiano rischi di rimanere indietro non adattandosi, mentre i concorrenti accelerano proprio grazie alla digitalizzazione. E per un paese dove la produttività è praticamente ferma da oltre venti anni, continuare a usare risorse umane per procedure che altrove vengono già ottimizzate con la tecnologia allarga sempre di più il divario competitivo.
In Italia c’è tanta paura per le conseguenze dell’AI ma poco utilizzo
L'Ocse classifica le professioni per esposizione all'automazione: quelle amministrative sono le più vicine alla sostituzione, quelle sociali e sanitarie le più lontane. Ma con l'83,6 per cento delle aziende che non adotta la tecnologia, il problema del paese è un altro








