Il comico porta agli Arcimboldi "La banalità del bene": "I milanesi mi coccolano e ridono di loro"

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La stand up comedy è una moda? Vero o meno che sia (più vero che falso) lo si deve anche a lui: Filippo Giardina, comico veterano della Capitale, è il fondatore di Satiriasi, primo movimento raccolto attorno a questa formula "ma con il preciso manifesto che ognuno sarebbe rimasto sé stesso e non avrebbe seguito alcuna regola: non c'è spazio per nessun guru nella stand up comedy". Patti chiari, amicizia lunga: Filippo Giardina è così, prendere o lasciare. Fa ridere, usa la satira come una benefica clava, non sopporta "il controllo sulle parole, le categorie che si offendono a ogni battuta e il pensiero woke che si sta già sgonfiando ma solo voi a Milano ci credete o, chissà, vi atteggiate a crederci perché questa è un po' la malattia di Milano, atteggiarsi. Il pubblico milanese, quello che viene a vedermi, invece no: anzi, ogni volta mi coccola e sa ridere di sé stesso".Questa sera al Teatro degli Arcimboldi, il comico romano si prende la scena per parlare di futuro, di tic radicali, di stupidità collettiva dei social sotto il titolo evocativo del suo ultimo one man show "fatto di sgabello, microfono e, come unico effetto speciale, una bottiglietta d'acqua": "La banalità del bene". Tutti conoscono quella del male evocata dalla filosofa Hannah Arendt ma la spiegazione è presto servita: "Parlerò di cose drammatiche, tra cui questo diluvio di pensieri postati sui social network. Tra molti anni ci chiederanno perché abbiamo scritto quelle idiozie e noi diremo che seguivamo l'onda. In fondo la stupidità è una forma di crimine". Se gli si chiede del futuro, Filippo Giardina alterna visioni apocalittiche a ottimismi assortiti: "Tra le prime metto l'Intelligenza Artificiale, ci fregherà prima o poi tutti. I primi a perdere il lavoro saranno gli impiegati. Gli ultimi saremo noi comici, come i giapponesi sull'isola deserta. Se invece devo fare l'ottimista penso a questa febbre delirante dell'inclusione distorta che è il pensiero woke. Questa storia positiva dell'inclusione è sfuggita di mano e si è trasformata in mancata accettazione della realtà: la neghiamo per correttezza. I limiti esistono, li abbiamo e dobbiamo accettarli. Se sono brutto, sono brutto, se sono grasso, sono grasso. Le minoranze agguerrite hanno rotto. Ma ce n'è una che si può attaccare senza sensi di colpa: i ricchi".