"Io nasco comico e morirò comico". Fabio De Luigi lo dice con la naturalezza di chi non vive quella parola come un confine, ma come una radice. Fresco del Premio speciale ricevuto al teatro Galli nel contesto de La Settima Arte, l’attore, autore e regista di Santarcangelo torna nella sua terra con un riconoscimento che sa di casa, di cinema, di memoria.

De Luigi, che sapore ha avuto ricevere un premio al Galli? "Una soddisfazione enorme. Essere premiato in un teatro meraviglioso fa sempre piacere, soprattutto quando i riconoscimenti arrivano dalla terra in cui sono nato e in cui continuo a vivere".

La Romagna la premia. Ma lei che Romagna sente addosso? "Il romagnolo è più complesso di come spesso viene percepito. Siamo un popolo di persone allegre e accoglienti, ma ci portiamo dietro anche altro: una bella vena di malinconia".

Quindi una Romagna non soltanto solare, non soltanto da cartolina? "Sì. Pupi Avati, Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Nino Pedretti hanno restituito un’immagine molto più completa. Non c’è solo la teoria dell’accoglienza".

C’è un’immagine d’infanzia che ancora oggi le torna davanti agli occhi? "Mi vedo quattordicenne mentre mi aggiro per il Festival di Santarcangelo. Quel festival, che ha più di cinquant’anni, ha formato diverse generazioni. Siamo cresciuti tutti dentro quel contesto lì".