di
Marco Castelnuovo
Compie 25 anni la Fondazione voluta dal campione con la moglie in una favela. L’impegno educativo e formativo e lo sport come strumento di inclusione. Il nome è insieme il soprannome di Javier e l’acronimo di Por Un Piberio Integrado (per un’infanzia integrata)
Tra gli scudetti e la coppa dei Campioni, nella sala dei trofei di Casa Zanetti un posto d’onore è riservato alla Fondazione Pupi, nata per volere della coppia nel 2001, e che quindi quest’anno taglia il traguardo dei (primi) 25 anni. Una Fondazione nata in Italia ma che aiuta l’Argentina, Paese di provenienza del capitano, simbolo e oggi vicepresidente dell’Inter, e di sua moglie. Non dell’Argentina in generale, ma di un minuscolo quartiere di una piccola cittadina alla periferia di Buenos Aires. «Lo abbiamo scelto – spiega oggi Javier -perché era vicino al campo dove io giocavo a calcio e dove Paula giocava a pallacanestro: è lì, in quel quartiere, che ci siamo conosciuti. Vedevamo una favela molto grande, con tantissime problematiche. Tramite gli assistenti sociali entravamo cercando di intercettare i bambini ad alto rischio, quelli con più difficoltà. Abbiamo iniziato con 34 bambini, e oggi stiamo aiutando più di 1.200 famiglie». Trentaquattro contro milleduecento. Tra il primo numero della Fondazione Pupi e quello di oggi ci sono venticinque anni di lavoro e una distanza che vale una vita: trentaquattro erano i bambini accolti nel dicembre 2001 in una villa miseria di Lanús, periferia di Buenos Aires, mentre l’Argentina precipitava nel caos di cinque presidenti in sette giorni. Milleduecento sono le famiglie che la Fondazione sostiene oggi, tra il quartiere d’origine e Mar del Plata, a quattrocento chilometri di distanza, dove il modello è stato replicato.








